La vita nei ricordi dell’infanzia/10: Vita di tutti i giorni

Frisigello

Ultimo appuntamento con i ricordi dell’infanzia, ci rivediamo a settembre con una sorpresa. Si chiude con la…

Vita di tutti i giorni

Ho cominciato col scrivere i ricordi più vivi, che sono venuti via con me mentre crescevo, che non ho mai riposto in una scatola in soffitta, ma ora mentre scrivo e mi pare che non c’è più niente da dire, una persona tira l’altra, un viso si riaffaccia alla memoria un viso pieno con un sorriso sdentato e dei capelli un po’ radi, unti, ondulati, è quello di una cameriera della zia, la fidata Maria, ha una figlia più grande di me, sono nella sua camera lei si sta pettinando, e cotona cotona i suoi capelli, andavano di moda certe teste gonfie allora! Se ne andranno a Roma dal paese come tanti altri in quel periodo e lei andrà a fare la portiera in un palazzo, si emanciperanno, saranno più felici?

Il latte si comprava nelle latterie, e si faceva riempire la bottiglia che ti portavi appresso, poi a un certo punto passava da casa un uomo con un furgoncino e lo consegnava in delle bottiglie di vetro da un litro con il tappo di alluminio e sotto il tappo, la mattina , ci trovavi sempre un po’ di panna.

Per la strada della Grotticella dove abitavo, l’estate c’erano le lucciole che illuminavano la notte con la loro danza, e ce n’erano tante, c’erano anche le ranocchie perché vicino la strada passava un fosso.

Adesso non ci sono più né le une né le altre ma quando piove la strada sembra un fosso anzi un fiume e diventa un problema attraversare la strada senza che le automobili ti facciano la doccia.

A carnevale ci si mascherava , giovedì o sabato o martedì grasso si andava mascherati a scuola e nel pomeriggio si usciva, si tiravano coriandoli e stelle filanti…esci adesso di giovedì grasso: uova ..farina..stelle filanti che escono da bombolette spray e che macchiano i vestiti,.uno ha anche timore ad uscire.

Perché una cosa bella allegra spensierata deve diventare una cosa violenta che lede la libertà degli altri? Una stella filante è una cosa colorata che strappa solo un sorriso addosso a chi passa ma un uovo? A carnevale ogni scherzo vale dice il proverbio, lo zio Serafino il fratello del nonno Gioacchino diceva invece “lo scherzo porta il morto,” quasi quasi oggi è più vera questa.

Più recentemente non ti accorgi neanche che è carnevale, non c’è più entusiasmo, più voglia di divertirsi, di distrarsi, se non sei in un paese o città dove ci sia una forte tradizione è un periodo come un altro, come se di pari passo al confondersi delle stagioni  si perdessero questi momenti particolari del calendario. E se vedi di giovedì grasso per strada un bambino mascherato dici “Uh! Una mascherina!”

Nei negozi di cartoleria vendevano le maschere di cartone o di stoffa da mettere sul viso, alcune erano modellate, forse ci sono ancora oggi, altre erano piatte solo dipinte, raffiguranti volti di personaggi di favole o animali, ecc.  quindi era anche facile mascherarsi , bastava poco.

Qualche anno fa le ho cercate perché mi servivano per una festa di carnevale. Come cercare l’ago in un pagliaio, la cosa più comune per carnevale è diventata la più rara.

Veramente rari anzi forse ormai inesistenti sono quei negozi un po’ tabaccheria un po’ cartoleria un po’ alimentari che stavano, in buon numero, intorno alla scuola, c’era un odore particolarissimo, un odore che ormai diremmo antico, di cose conservate e fresche insieme, l’odore dei quaderni delle caramelle e dei biscotti, dei saponi..la luce un po’ buia come nei magazzini.

A Viterbo per carnevale c’erano i veglioni al teatro dell’Unione, per i grandi c’era il Ballo della Stampa che a me faceva molto sognare e non vedevo l’ora di diventare grande per andarci ma quando sono cresciuta non c’è stato più, per i bambini c’erano i pomeriggi mascherati, un anno ho vinto un premio con la maschera del Frisigello (in foto), mi regalarono il libro di Capitan Fracassa, l’altra maschera che ebbi negli anni successivi fu quella da Regina Cristina, che non so che regina fosse ma aveva, invece che il vestito da regina quello da cavaliere, forse era per riutilizzare il fondo dei pantaloni del Frisigello? Era molto originale, anche questa volta me l’aveva cucita la sarta, utilizzando però delle cose che c’erano in casa, un gran cappello di feltro e una giacca  di raso rosso che erano state della mia mamma, ma la giacca riadattata era stata arricchita di un gran bavero e grandi polsini bianchi tutti smerlettati, e calzavo degli stivaloni tipo moschettiere, fatti da applicare sopra le scarpe, non dimentichiamoci che papà era stato scenografo! Mia sorella ebbe un vestito da damina, tutto rosa pallido e pizzo verde acqua.

[……Le recite della scuola coinvolgevano un po’ tutte le classi, nella palestra c’era il palcoscenico, per giorni e giorni si facevano le prove, e si provava un po’ per volta, un giorno mentre un gruppo provava sul palco gli altri aspettavamo di sotto, e siccome era ora di ricreazione, approfittavamo per fare colazione, in quel momento il gruppo sul palco iniziò a intonare l’inno nazionale, e noi continuavamo come se nulla fosse a mangiare le nostre merende, tranquilli, seduti sulle panche, arriva una maestra come una furia, prende la pizza a un bambino e gliela tira urlando “ quando c’è  l’inno nazionale ci si deve alzare in piedi non che si mangia la pizza!!”.

Proprio come adesso, verrebbe da dire.

La mia scuola si chiamava “Principe di Napoli” poi è diventata “Luigi Concetti” ma se ti chiedevano “dove vai a scuola?” rispondevi “alle scuole rosse” dal colore, ormai molto stinto, dei suoi muri.

Per il mese di maggio a scuola eravamo invitati a fare un fioretto e a dichiararlo, quando la maestra mi chiamò dissi che volevo fare quello di non mangiare la macedonia (che non mi piaceva) ma lei disse “ ma no ma che fioretto è non è meglio se non mangi il gelato?” Da grande, quando mi sono sposata, ho portato una sera in tavola delle zucchine, e mio marito ha detto “no grazie , ho fatto il fioretto di non mangiarle”.

La maestra ci aveva fatto fare un album enorme di cartoncino bristol verde, ancora ce l’ho, dal titolo “CONOSCI, AMA LA PATRIA”, cominciavamo dalla Valle d’Aosta giù giù fino alla Sicilia, tutte le regioni di Italia, con le glorie, le città, gli usi e i costumi, le tradizioni, la cucina, le risorse, cercavamo cartoline, facevamo disegni…in questo modo invece di coltivare il campanilismo e mettere il seme per le rivendicazioni di autonomia e l’idea di essere superiori o migliori ci educavano all’uguaglianza al rispetto della diversità alla conoscenza della varietà e di ricchezze diverse dalle nostre, ci educavano ad apprezzare tutta l’Italia come un patrimonio comune.

 

L’autrice*

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Maria Teresa Muratore è nata e vive a Viterbo. Una laurea in Scienze Biologiche all’Università di Pisa, con una specializzazione in Patologia Generale. Come scrittrice ha ottenuto diversi riconoscimenti. Ha pubblicato per Alter Ego “Scartini d’Amore, la silloge “In terza persona“(2017) che ha vinto la XXXI edizione del Premio Internazionale Internazionale “Letteratura, poesia, narrativa, saggistica, sezione inediti, organizzato dall’Istituto Italiano di Cultura di Napoli e dalla rivista “Nuove Lettere“. In ambito narrativo, ha pubblicato “Pensieri Vaganti” nel 2020 per Alter Ego, e “Un lungo racconto delle cose perse e ritrovate” nel 2021 per Nolica Edizioni. Ha recentemente aperto una pagina Facebook “Le parole di Maria Teresa” dove legge passi dei suoi libri. Dal 2019 collabora con la nostra testata.

 

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Per rileggere La vita nei ricordi dell’infanzia/10: Vita di tutti i giorni, clicca QUI

 

 

         Buona estate a tutti, sempre in compagnia di un buon libro!

 

 

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