Pasolini l’esistenza con un appetito insaziabile

di Rosella Lisoni

Pasolini a 100 anni dalla morte…Pensieri  riflessioni e parole.

Pier Paolo Pasolini, l’autore multimediale, l’intellettuale militante che “abita la morte” sprigiona infinite contraddizioni come lui stesso colse nel poema Le ceneri di Gramsci riferendo del suo “scandalo del contraddirsi.”

Personalità multiforme, per questo affascinante ed emozionante, trova il denominatore comune nella sua “disperata vitalità”, nel suo grande e insaziabile amore per la vita:” Amo la vita così’ ferocemente, così disperatamente, che non me ne può venire bene: dico i dati fisici della vita, il sole, l’erba, la giovinezza…e io divoro, divoro, divoro. Come andrà a finire, non lo so.”  quasi a presagire la catastrofe della sua vita a casa nell’immenso e incommensurato amore per essa.

Spesso l’attenzione per l’uomo Pasolini oscura la sua arte, la sua opera, la sua attività di poeta, sceneggiatore, scrittore, drammaturgo, giornalista, critico cinematografico, regista.

La sua omosessualità, gli innumerevoli processi subiti, la sua atroce morte a volte oscurano la sua produzione artistica, ma mai come nel suo caso vita e opere sono strettamente connesse e intrecciate.

Un profondo e viscerale rapporto con la madre e la ferita causata dall’assenza della figura paterna, dal quale fugge negli anni 50, ma al quale ritorna con la sue lotte verso le Istituzioni e il Potere, segnano la sua vita e la sua creatività.

Fondamentale il rapporto con la natura, rimando al Friuli, terra legata alla figura materna, il pensiero va a Poesie a Casarsa o il suo rapporto con la fisicità, col corpo che diviene ideologia, col nuoto, col calcio “ultima rappresentazione del sacro del nostro tempo”, con la musica “anello di congiunzione tra cielo e terra”, con la pittura che perme tutto il suo cinema, con la sacralità: “tutto è sacro, tutto è sacro” dirà Maria Calles nel film Medea.

Svolta decisiva della sua vita fu la scoperta della sessualità, della sua omosessualtà, i suoi studi classici e linguistici, la sua vocazione alla poesia e l’amore immenso verso Rimbaut, che lo spinse a definirsi “un novello Rimbaud”, la scoperta di Freud e l’approdo al cinema negli ani 60 , cinema da lui definito “lingua scritta della realtà”.

Una vita vissuta al massimo, vita che lo spinge a viaggiare verso terre lontane : Oriente, America, Africa, India, viaggi dettati dalla sua sete di conoscenza, “la felicità”, afferma Pasolini, “consiste nel saziare la mia sete di conoscenza”, ma anche ricerca di un altrove, di un luogo in cui poter dimorare senza essere più assoggetato ai dettami del capitalitalismo borghese che trasforma il popolo in massa, l’individuo in consumatore.

L’odio verso il conformismo, i ben pensanti, i borghesi lo spingerà a scrivere La Divina Mimesis, una riscrittura in chiave moderna de La Divina Commedia, precisamente della prima Cantica, immaginata da Pasolini come un Inferno neocapitalistico in cui punisce i piccoli borghesi,  lavoro in cui abbandona il concetto di opera chiusa per approdare ad una forma aperta, quasi preludio al romanzo-allegoria Petrolio, pubblicato postumo nel 1992, 17 anni dopo l stesura dell’opera.

Un novello Dante che sperimenta l’esilio: la fuga da Casarsa nel 1950 dovuta al famigerato scandalo di Ramuscello col successivo approdo nella tentacolare Roma dove esercita il suo plurilinguismo, ereditato dal poeta della Commedia, scrivendo i primi romanzi in dialetto romanesco: Una vita violenta, Ragazzi di vita e dove avviene la scoperta del sottoproletariato che prenderà il posto dei tanto amati contadini Friulani.

Qui entra in contatto con il popolo dei “borgatari”, apprende la loro lingua e un sarcarsmo che gli appartiene, ma lo diverte, divenedo uno di loro. Fa la conoscenza di Ninetto Davoli, Franco e Sergio Citti, che esercitanola loro intelligenza nei bar di borgata e diveranno suoi amici e collaboratori al pari di Moravia, Dacia Maraini, Elsa Morante.

Roma rappresenterà la sua seconda patria, allontanatosi dal Friuli trova in questa città la sua patria adottiva e la sua fortuna.

Negli anni 60 approda al cinema che lo consacrerà alla fama internazionale, realizzando “un Cinema di poesia” ricco di carrellate, zoomate, primi e primissimi piani. Un cinema attraverso il quale può restituire il sentimento del sacro, già presente nelle sue poesie, nei suoi scritti.

L’incontro con il cinema avviene all’insegna del suo sperimentalismo, del suo plurilinguismo, dell’intermedialità, della contaminazione di linguaggi.

Sceneggiatore di film La donna del lago e Le notti di Cabiaria attraverso il cinema Pasolini ha “la sensazione di entrare a contatto con la realtà, con la materia viva dei corpi e delle cose.”

La letteratura ora si palesa come “l’arte dell’assenza”, il cinema come “l’arte della presenza”.

Le avanguardie letterarie, il Gruppoo 63 dal quale si discosta lo spingonoad abbracciare la telecamera e da dilettante a produrre dei capolavori che hanno segnato la storia del cinema: La ricotta , Il Vangelo secondo Matteo, Il fiore delle Mille e una notte, Teorema, Salò e altri ancora.

Il cinema rappresenta per lui “la lingua scritta della realtà, la discesa nella lingua dell’oralità, ritorno verso uno stadio primordiale dell’esistenza.”

Il medium cinematografico gli permette di interrogarsi sul senso oscuro della realtà e di riscoprirla, il mondo viene concepito come un congegno che sta sempre sul punto di espodere, mondo inteso come apparizione sacrale.

Un cinema che muta passando attraversando la fase “realista”, mitologica, solare dell’esaltazione del corpo per approdare in fine verso un universo orrendo in cui la poesia non è più in grado di salvare l’esistenza, ma lascia spazio solo a quell’ universo di torture e morte del tragico e stupendo film Salò. Film che rappresenta quasi un saggio sulla fine della realtà e della storia, una discesa sadiana e dantesca nelle aberrazioni infernali della storia e degli abissi dell’essere, nella profonda illettibilità della vita e nel mistero dell’essere.

Ritratto di quella sfida nichilista che Pasolini ha ingaggiato col mondo, sfida che ha un aspetto liberatorio e vitalistico.

L’autore deve abitare la morte, ricorda Pasolini, anzichè la vita, deve assumere le sembianze di un estraneo in terra ostile, deve recidere qualsiasi atto di connivenza tra lui e i suoi contemporanei al fine di non essere mai consumato.

 

 

 

 

 

 

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