Licia Fertz , una ragazza quasi novantenne, influencer di ottimismo

di Donatella Agostini

Che cos’è, dopotutto, l’età? È soltanto un numero tracciato sulla sabbia, cancellato dall’onda dell’entusiasmo e della perenne voglia di rimettersi in gioco. Licia Fertz ama la vita, come la sanno amare quelli che hanno molto sofferto, e che scelgono ogni mattina di guardare il sole nascente e di sorridere, malgrado tutto. Ha abbracciato senza pregiudizi le infinite possibilità offerte dalle nuove tecnologie e dai social, e da un anno e mezzo è approdata su Instagram, diventandone una star indiscussa e seguitissima influencer: al momento il suo account conta oltre 65 mila followers da ogni parte del mondo. Nei post che la ritraggono appare di volta in volta scanzonata, pensosa, sportiva, nostalgica, vivace e soprattutto sempre incredibilmente autoironica.

Licia Fertz è una meravigliosa ragazza di ottantanove primavere, e abita a Viterbo. Parlare con lei è fare un tuffo nel nostro passato recente, e dalla sua voce dolce dall’accento triestino trapelano a volte gli spigoli di un’esistenza vissuta tra grandi gioie ed immensi dolori. «Il segreto è scrollarsi di dosso tutto ciò che è negativo e prendere le cose migliori della vita. Anche quando la vita sembra volerti dare il colpo di grazia». Licia è un’influencer di ottimismo.

La violenza della guerra, le ristrettezze, l’unica adorata figlia scomparsa alle soglie dei trent’anni, lasciandole un nipotino da crescere. E un marito amato teneramente per 64 anni, venuto a mancare dopo una lunga malattia. «Dopo la morte di Aldo pensavo che la mia vita fosse finita. Ero stanca, ormai a chi potevo servire? Ma non puoi condannare chi ti vive accanto alla tristezza. Mio nipote Emanuele ha cominciato pian piano a farmi riaffacciare alla vita. Un’uscita insieme, una pizza… poi un giorno mi ha fatto delle foto». Emanuele la ritrae mentre sta impastando uova e farina, mette la foto su Instagram con questa didascalia: “Ciao! C’è posto per una ragazza di ottantotto anni?”. Da allora è stato un crescendo di followers e di commenti entusiastici. Persone che tutt’oggi la ringraziano dall’America, dal Brasile, dall’Australia, per la positività che trasmette, a partire dai coloratissimi abiti e dai vivaci gioielli che indossa. E per l’autoironia, condita con un pizzico di sorprendente irriverenza, quella che ci si può allegramente permettere una volta che si è vissuto tanto. Le didascalie delle foto sono sempre un incoraggiamento a lasciar andare il passato e a concentrarsi sul qui ed ora, ad assaporare la vita in tutti i suoi aspetti, dall’incanto delle stagioni alla bellezza dei sentimenti: amore, amicizia, solidarietà.

Che poi sono i valori che hanno permeato la vita di Licia, fin dalla sua infanzia nell’amata Trieste, dov’è nata e dove è vissuta fino ai venticinque anni. «Allora si viveva con semplicità. Ti mettevi il vestito bello, andavi al veglione, e il mattino dopo andavi a lavorare. Trieste era città di confine, cosmopolita, dalla mentalità aperta. Era Europa prima che si realizzasse il concetto. Una terra meravigliosa tra cielo e mare, ed eravamo felici», racconta. Poi arrivò l’ombra nera della guerra, con Trieste in balia degli slavi e dei partigiani di Tito, che seminavano sovente il terrore tra la popolazione impaurita. «Una mattina, avrò avuto quattordici anni, stavo impastando la farina di segala in cucina. Bussarono alla porta, andai ad aprire e mi trovai uno che, puntandomi la baionetta, mi sussurrava con ferocia “ljubavi moja”, amore mio in slavo. Questa frase mi fa ancora venire i brividi. Vennero perché qualcuno aveva detto loro che eravamo attivisti e che nascondevamo armi in casa. Venite pure e cercate, disse loro mia madre. Sfondate pure i materassi, guardate in ogni angolo. Naturalmente non trovarono nulla, perché nulla c’era da trovare. Alla fine ci chiesero pure scusa. E mentre se ne andavano dissero a mia madre: signora, guardatevi dalle vostre amicizie. Noi eravamo amici di tutti, ma evidentemente qualcuno non lo era altrettanto». Altri non furono altrettanto fortunati e non fecero più ritorno a casa. Gli imprenditori locali chiudevano in gran fretta le loro aziende e scappavano via da Trieste. Anche il futuro marito di Licia perse il lavoro, e trovò una nuova occupazione presso l’Ente Maremma, destinazione Viterbo. «Ci sembrava un posto bello e tranquillo dove costruire la nostra famiglia. E anche se in seguito a Trieste tornò una relativa calma, non volli più tornarci a vivere». Aldo e Licia arrivarono nella Viterbo degli anni Cinquanta, una Viterbo arcaica ed arretrata, che non vedeva di buon occhio le novità. «Andavamo al mare a Tarquinia e io mi mettevo il bikini, in un periodo in cui le signore si facevano la messa in piega per andare in spiaggia, e non si bagnavano nemmeno i piedi. Io il due pezzi l’ho sempre portato, ne avevo uno con un fragolone davanti e uno dietro, e due fragole più piccole sul reggiseno», ricorda Licia sorridendo. «Mi piaceva nuotare, andare sott’acqua, bagnarmi i capelli… Per noi era una cosa normale, per loro no… me ne dissero di tutti i colori».

Licia non si è mai curata di quello che si poteva dire di lei. Tanto meno a primavera, quando ha accettato la proposta di una geniale designer di origini polacche, Celina Szelejewska, che l’ha voluta come testimonial di un brand di gioielli in vetro. Celina lavora con Hector Werios, un fotografo che sta realizzando un progetto ritraendo in tutto il mondo donne di una certa età, per dimostrare che la bellezza non passa mai. Licia ha accettato di farsi ritrarre in deshabillé, con la consueta allegria ed autoironia. La fama di Licia Fertz è arrivata anche a “Le Iene” di Mediaset, che hanno organizzato per lei un ardito shooting fotografico con Julian Hargreaves, il ritrattista di Richard Gere e di Nicole Kidman. Il nipote Emanuele Usai, direttore creativo, ha deciso di dedicarsi esclusivamente al progetto “Nonna Licia”. «Instagram le ha dato una forza enorme, e dopo tanto tempo l’ho rivista stare bene. Ora vogliamo costruire qualcosa di buono insieme. Inizieremo a viaggiare, per dimostrare che nel giusto modo si possono fare viaggi anche con gli anziani. Perché l’anziano non è una persona che deve per forza restare chiuso in casa vestito di nero! E lanceremo un hashtag, #firsttimemonday, invitando tutti a sdrammatizzare il lunedì e fare cose per la prima volta proprio in quella giornata. Imparare a suonare uno strumento musicale, assaggiare piatti nuovi… presto apriremo anche un blog, dove ci si scambieranno idee, consigli e ricette». Qualcosa di buono, come ispirare altre persone, avere impatto positivo, parlare di integrazione anche attraverso la cucina con gli immigrati. «Non dobbiamo essere spaventati, dobbiamo conoscere», conclude Licia. E questo in una città come Viterbo che spesso è preda di ingiustificate paure. «A Viterbo c’è tanto di bello. E nei dintorni ci sono posti meravigliosi, che ti aprono lo spirito. Ma non vengono messi abbastanza in evidenza. E in città si fanno leggi per chiudere presto i locali la sera… io ai miei tempi andavo a letto alle cinque di mattina! ‘Sti ragazzi di oggi che fanno? Apriamo questa città, perché è bellissima e va realizzata sempre di più».

Instagram @liciafertz

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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