Quelle restauratrici all’interno del Monastero a tessere il filo della storia

Luciano Costantini

Nella magica iconografia del fiabesco sarebbero tre fatine impegnate nottetempo a ricamare ed abbellire splendidi abiti per principessine e nobili cavalieri.
Nel ventunesimo secolo sono tre restauratrici di manufatti e tessuti antichi. Barbara De Dominicis, Barbara Proietti e Stefania Moscatelli, in tasca altrettanti diplomi di laurea in Storia dell’Arte e conservazione dei Beni Culturali e tanto entusiasmo nel cuore. “Qualcosa di contagioso – spiegano – che si è sprigionato nei primi anni Duemila e che con l’andar del tempo ci ha coinvolto totalmente fino a creare un laboratorio “Tessili Antichi Onlus” dove lavoriamo al recupero di stoffe, abiti, costumi, perfino bandiere del passato”.
Un locale all’interno del monastero di santa Rosa è il rifugio fantastico delle tre fatine. Approcciamo una cordiale chiacchierata mentre sono impegnate a ridare colore e vita a una marsina turchese del settecento, accompagnata da eleganti scarpine di seta. L’immagine che viene immediatamente agli occhi è quella di un tavolo anatomico anche se va a stridere con la magia del luogo e del momento. Chissà chi l’ha indossata? “E’ un capo che arriva sicuramente da Napoli, poi è passato ad una famiglia romana, ora è qui per essere restaurato. Non conosciamo l’identità di chi lo ha avuto addosso anche se i tessuti raccontano. Per esempio, che l’uomo aveva una figura minuta. I tessuti, noi li studiamo e solo in un secondo momento ci mettiamo le mani”. Lavori per i privati, ma soprattutto per soggetti pubblici. “I pezzi che oggi ci arrivano più spesso sono vecchi corredini per neonati che poi magari vengono utilizzati per i battesimi e abiti da sera da sfoggiare in ricevimenti di gala”. Il lavoro più impegnativo? “Il recupero e il restauro degli arazzi e delle tappezzerie della palazzina di caccia di casa Savoia a Stupinigi: qualcosa come 250 metri quadrati di tessuto per un impegno che si è protratto per 14 anni”.Quello di cui andate piò orgogliose? “L’Alba di Bonifacio, che è un camice liturgico dell’XI secolo custodito al museo civico di Viterbo”. Poi? ”Lo stendardo del Comune di Viterbo e perfino la bandiera rossa utilizzata dal partito comunista per la prima volta dopo la scissione di Livorno”. Alle spalle del tavolo da lavoro c’è un poster con alcune immagini di capi restaurati. Colpisce quella “dell’abito e copricapo del truffatore Tawanna Ray-Cervo Bianco”.Chi era costui? Sostanzialmente un ciarlatano canadese dalla chiacchieratissima vita privata che nel secolo scorso si spacciava per un capo tribù indiano. Quel che resta di lui lo si può scoprire al museo di antropologia criminale Cesare Lombroso di Torino con tutti i suoi costumi di scena, rimessi a nuovo dalle tre fatine viterbesi. Occhi, mani e cuori che non guardano però soltanto al passato. “Da tre anni – ricordano con orgoglio – lavoriamo anche per il Museo della Moda di palazzo Morando a Milano”.Entusiaste più che soddisfatte. Anche perché hanno un’altra impresa da portare a termine: la catalogazione e il restauro completo del patrimonio tessile esistente nel santuario di Santa Rosa. Qualcosa di esaltante. Hanno però un sogno, le tre fatine: mettere in sicurezza – per le opere d’arte si dice proprio così – una quarantina di costumi di messi, valletti e funzionari del Comune di Viterbo che sono depositati nel convento e che rischiano di deteriorarsi, se non di sparire. “Anche se – sorridono – in alcuni di essi sono ancora ricamati nome e cognomi di coloro che li indossarono un paio di secolo fa”.

 

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