Dalla Marsica al Viterbese, passando per un decennio a Roma, prima per studio e poi per lavoro. La vita della 38enne suor Claudia Capone, sorella povera di Santa Chiara nel monastero “Santa Maria delle Grazie” a Farnese, è cambiata definitivamente nel 2017 quando ha varcato la soglia della clausura. Aveva in tasca la laurea magistrale in Architettura e quella presso l’Accademia di Belle Arti, lavorava come assistente dell’artista Maurizio Savini, aveva allestito mostre personali e collettive con le sue opere. «Fino a 27 anni sono stata lontana dalla fede e dalla Chiesa: le percepivo come qualcosa di estraneo, anacronistico e inutile. Ma nonostante avessi tutto, ero sempre inquieta perché non bastava a dare un senso vero alla mia vita e così mi sono spenta sempre di più, finché ho deciso di affrontare il vuoto che mi portavo dentro. Mi sono fermata, ho smesso di riempire quella voragine interna con la frenesia delle cose da fare e delle persone da incontrare, con l’accumulo di cose ed esperienze, ho mollato il controllo e per la prima volta ho davvero pregato Dio di aiutarmi», racconta.
«Sono emerse le paure e le ferite da cui scappavo: lì ho incontrato il Signore e ho iniziato a sentire, pensare, comportarmi in modo diverso. La preghiera, cioè coltivare il rapporto con il Dio incarnato che mi si era manifestato e mi aveva salvato dalla morte, era diventata per me essenziale», ricorda suor Claudia, che lo scorso 7 giugno ha emesso la professione solenne dei voti. L’incontro con le clarisse del borgo medievale di Farnese avviene accompagnando un’amica: «Appena ho messo piede nel chiostro, ho avuto la sensazione fortissima di “essere arrivata a casa”. Sono scoppiata in lacrime perché non riuscivo a contenere questa sensazione di pienezza e anche perché avevo paura. Ma piano piano, frequentando il monastero e le sorelle, ho scoperto che questa forma di vita mi calzava come un abito su misura. Allora ho mollato tutto e sono entrata».
Il timore era anzitutto quello di «estraniarmi completamente dal mondo e perdere contatto con la vita concreta delle persone fuori. La comunità di cui sono parte mi ha dato prova sin dall’inizio che è possibile vivere la separazione, necessaria per custodire la vita fraterna e di preghiera, senza che costituisca un muro di divisione. Non ci sentiamo dei modelli da guardare e imitare, ma delle compagne di strada che possono condividere nel profondo la condizione umana, perché vissuta in modo pasquale nella nostra carne». Poi suor Claudia si è confrontata con la sua fragilità, «che non ero disposta ad ammettere e ad assumere: vedevo bene quella degli altri, ma non la mia. Con il tempo ho accolto la mia umanità e così si può crescere nella libertà interiore». Lo insegna con la sua testimonianza sempre attuale la santa di Assisi: «Ha saputo vivere in ascolto della realtà. L’apertura di cuore, la capacità di leggere i segni dei tempi, l’ascolto dello Spirito sono tutte attitudini da maturare per incarnare anche oggi il carisma clariano in modo profetico».
(articolo di su Avvenire)
@Foto Diocesi di Viterbo


























