17 gennaio 1944. Il tempo spezzato

Di Gianluca Braconcini*

17gennaio 1944 piazza della Rocca bombardata
L’aria di tramontana di quel 17 gennaio 1944 entrava tagliente da Porta Fiorentina  già dal mattino presto.  Fausto era un quindicenne e lavorava come maschietto di bottega alla barberia in piazza della Rocca ad angolo con via Chiodaroli. Stava  spazzando i capelli dal pavimento mentre il Sor Francesco, il barbiere, lo aspettava per chiudere e andare a pranzo. Alle 13:15 precise, un suono acuto e sinistro squarciò la quiete: era l’allarme della sirena sul tetto del palazzo Grandori. “Corri, Fausto! Vai a casa dalla tua famiglia!“, gli gridò il padrone, col cappotto in mano. Fausto gettò la scopa a terra e si lanciò fuori correndo;  la sua casa era a poche centinaia di metri, in via Pio Fedi. Il cuore gli batteva fortissimo per la corsa ma soprattutto per la paura. Suo padre pompiere era lontano, in Sicilia, dove le bombe avevano già compiuto la loro tragica missione. Ora toccava a Viterbo. Arrivato a casa, spalancò il portone ed urlò dalle scale: “Mamma,  presto, dobbiamo andare al rifugio!”. La tavola era apparecchiata e sulla cucina economica si stava scaldando la minestra. Era tutto pronto per pranzare ma non c’era il tempo di aspettare. La madre, col volto pallido e le mani tremanti, afferrò le due sorelline più piccole: Mafalda e Valeria. Intanto erano arrivati anche Otello ed Esmeralda, gli altri due fratelli. Fausto prese una per la mano e si precipitarono verso piazza del Sacrario dov’era un’entrata del rifugio. Il cielo sembrava ruggire; le Fortezze Volanti, enormi e minacciose, solcavano l’aria come uno sciame di calabroni. La gente correva, urlava, si spingeva. Ma Fausto non mollava la presa. Arrivati all’ingresso del rifugio si fecero largo tra la folla e scesero giù. Lui fece sedere la madre e le sorelle su una panca di legno, accanto a un vecchio che tremava come una foglia. Qualcuno pregava, altri piangevano. C’era chi stringeva un rosario, chi fissava il vuoto con gli occhi sbarrati. Ad un tratto un boato sordo; due, tre e tanti altri. Lì sotto il tempo pareva essersi fermato. Quando il silenzio tornò, irreale e pesante, Fausto si alzò, salutò con uno sguardo la madre, i suoi fratelli e salì i gradini del rifugio; appena uscì fu investito da una luce lattiginosa e da un odore acre. L’aria era densa di polvere e fumo, il cielo sembrava sparito; ogni cosa era grigia, come se la città fosse stata cancellata. Corse verso casa; era ancora in piedi. Un sospiro. Poi si diresse verso piazza della Rocca. Quando arrivò, si fermò di colpo; il cuore gli si strinse: sulla piazza c’erano solo macerie, polvere e urla. La sua bottega, non esisteva più. Un cumulo di pietre, travi spezzate, calcinacci e  un’insegna contorta che penzolava da un chiodo. Davanti all’attuale negozio di Di Marco, vide il  corpo di un vecchio riverso a terra col volto verso il cielo;  Fausto lo riconobbe: era il Sor Giuseppe, che ogni giorno andava alla fontanella con la sua brocca di rame;  non era riuscito a mettersi in salvo e lo spostamento d’aria lo aveva scagliato contro il muro. Ora giaceva lì, immobile, come una statua spezzata. Camminò più avanti, con passi incerti, della fontana rimaneva un misero moncone delle scale, guardò verso l’ingresso di destra  di Porta Fiorentina: intravide  la parte posteriore di una camionetta tedesca schiacciata da un cumulo di detriti. Sicuramente lì era rimasto qualche militare, pensò. Poco più in là,  sotto un arco del palazzo Grandori, ormai ridotto a metà, c’era il corpo contorto e  senza vita di un soldato tedesco scaraventato contro la parete. Fausto si guardò attorno, c’erano anche altre persone che se ne stavano mute con gli occhi persi nel vuoto. Quel silenzio agghiacciante, era rotto a tratti da grida disperate, pianti e  richiami. Una signora urlava il nome del figlio, un uomo cercava di sollevare a mani nude  una trave, sotto la quale una donna giaceva immobile. Fausto d’un tratto si sentì piccolo e inutile; continuò a camminare tra le rovine, cercando volti conosciuti, cercando un senso. Alzò lo sguardo verso il cielo grigio e muto. Poi si guardò attorno e vide davanti a lui che uno dei cuori della città aveva finito di battere ed era diventato un deserto di macerie. In quel momento, capì che la sua adolescenza felice era finita per sempre. Il 17 gennaio del 1944 alle ore 13,15,  il tempo si era spezzato per tutti…

Con questo racconto ho voluto narrare cosa successe a mio padre e ciò che egli vide quando uscì dal rifugio. Mi ha parlato tante volte di questo tragico avvenimento; ho cercato di immedesimarmi in lui a quindici anni, immaginando  quale potesse essere il suo stato d’animo e le sue emozioni di fronte ad una tragedia così straziante e dolorosa; talmente devastante, che ancora oggi lascia ognuno di noi impotente…

*cultore della storia viterbese

 

 

 

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