Il 30 aprile 1945 a Berlino, asserragliato nel bunker costruito sotto il palazzo della Cancelleria, Adolf Hitler si suicida insieme ad Eva Braun appena sposata. Poco dopo Joseph Goebbels, ministro della propaganda e gauleiter della capitale tedesca (capo della sezione locale del partito nazista), insieme alla moglie Magda, avvelena i suoi bambini e anch’egli si toglie la vita con lei.
“La disfatta” si sviluppa all’interno del bunker, in un numero imprecisato di giorni dopo la morte del dittatore. Un luogo in cui si è consumato un epilogo che, come pochi altri tra quelli dei più foschi periodi della storia, somiglia alla rappresentazione teatrale di una tragedia. Un intenso monologo-dialogo tra Fritz, immaginario postino di Hitler, e altri interlocutori che si ammassano di volta in volta nella psiche lacerata e instabile del protagonista.
Voci, volti e macerie che si fanno sempre più presenti, man mano che lo spettacolo si sviluppa, in un crescendo di follia che non lascia spazio alla luce. L’oscurità del bunker rispecchia la notte di un uomo simbolo di quell’umanità che ha perso la strada per inseguire spettri di potere, che ha smarrito ogni senso di civiltà, pur convinta di crearne una nuova e gloriosa ma che, in realtà, è sempre e soltanto orrore.
La scena è disseminata di oggetti e simboli che richiamano il bunker e con cui Fritz si rapporta, nell’illusione di ricreare una quotidianità di azioni e gesti i quali, invece, stonano terribilmente con il suo delirio: vittima e carnefice allo stesso tempo. Infatti, se da un lato risulta impensabile giustificare un Fritz qualunque, certamente colluso e responsabile delle atrocità compiute dal nazismo, dall’altro, proprio per non cadere tutti nello stesso integralismo tipico di ogni regime dittatoriale, non si può non lasciare aperto uno spiraglio di umanità di fronte a una delle tante comparse di quella che è stata, forse, la più grande “disfatta” della storia del Novecento.
“Questo non è un semplice monologo – spiega Riccardo Leonelli – Questo è l’urlo folle, disperato, a tratti distonico, di un uomo del popolo ritrovatosi a servire un regime (se per scelta o per necessità non ci è dato saperlo) capace di sedurre e condurre milioni di persone a una progressiva e mostruosa perdita del giudizio. Il tema è tristemente contemporaneo e lo spettacolo è stato attualizzato, affinché potesse denunciare tutte le stragi e i genocidi compiuti in nome di un popolo che ha la feroce presunzione di ritenersi superiore ad altri“.
Il Teatro Boni è ad Acquapendente (VT) in Piazza della Costituente 9. I biglietti sono disponibili anche online su Vivaticket. Per informazioni: www.teatroboni.it – 0763.733174 – 334.1615504 (si può prenotare anche via WhatsApp).























