Chi non lo conosce farebbe bene a informarsi. Scriveva Pirandello: “Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti” (in: ‘Uno, nessuno e centomila’, 1926). Domenico non era una maschera. Ho saputo che presto, il 17 di gennaio, a Rocca di Papa, nell’Auditorium del Movimento dei Focolari, ci sarà la cerimonia di chiusura della fase diocesana per la causa della beatificazione del servo di Dio Domenico Mangano. In un momento, troppo lungo, di offuscamento etico-morale e in un clima politico infarcito di arroganza e di sete di potere, dove l’unica discussione discussa è la divinizzazione dei profitti ad ogni costo, parlare di saggezza politica potrebbe sembrare fuori luogo. Ed infatti lo è, ma non sempre lo è. Conoscevo Domenico da sempre. Quando ero parroco a Magugnano (Vt), prima di lasciare l’Italia, ogni volta che mi capitava di dare una mano alla gente con la burocrazia dell’INPS, mi presentavo da lui. E lui risolveva il problema con una finezza, competenza e rispetto delle persone che è raro incontrare. Ci vedevamo a volte nei miei rapidi viaggi in Italia. L’ultima volta fu nell’estate del 2000, nella Chiesa di San Francesco a La Rocca, dopo la Messa che mi avevano invitato a celebrare. Era molto ammalato e stanco, ma sempre sorridente. Mi parlò di Chiara Lubich con la quale collaborava da anni, dal 1974. Poi mi arrivò la notizia della sua morte, avvenuta nel 22 dicembre 2001. Chiara lo definiva un “mistico”. E “mistico” non è colui che vive nascosto nell’arcano ignaro della vita che gli scorre davanti. E’ piuttosto colui che vede nel mondo e nelle persone la presenza di un mistero da rispettare e coltivare. E’, aggiungo di mio, una persona che vede un mondo trasfigurato nella resurrezione dalle tenebre che ci fanno soffrire. Vedeva il “divino” nelle relazioni umane. Vedeva con occhi nuovi la presenza di una vita risorta nei “frammenti di reciprocità” tra le persone, come scrisse Paolo Crepaz sulla vita di Domenico. La sua amicizia con Agostino Moscatelli, un altro grande amico comune deceduto il 19 luglio 2022, ne faceva un tandem da ammirare e da imitare. Diceva Domenico che Gesù “nasce” ogni volta che due persone si amano o collaborano per il bene. Per lui, la risurrezione e la presenza di Cristo non erano eventi confinati nel passato o in una dimensione astratta, ma realtà che si rendono visibili attraverso: un sorriso e una stretta sincera di mano per aiutare, l’uscire da sé stessi per andare verso l’altro (quello che sua moglie, Maria Pia, chiamava “Altrite”(Altrite con la L). E poi la “politica”, la sua passione come “apparizione” della comunione fraterna con tutti, soprattutto con i fragili. Era un “mistico” della vita quotidiana, accanto a chi lo chiamava, sempre. Per Mangano, anche l’impegno civile era un modo per rendere visibile la sua fede nella “resurrezione”, un tema che in questi giorni mi sta affascinando mentre leggo di Ratzinger il volume n. 2 del suo “Gesù di Nazaret” (più teologica che storica) e l’opera appena uscita di Vito Mancuso “Gesù e Cristo” (più storica che teologica). Mangano vedeva la politica non come scontro, ma come il luogo dove l’unità (una realtà spirituale) deve farsi carne. Se abbiamo, sento io, “occhi nuovi”, vediamo che la Risurrezione agisce nel mondo trasformando le strutture sociali e il dolore in speranza. Negli ultimi tempi della sua vita, segnati da un tumore, Mangano non perse la sua “visione”. Anzi, proprio nel limite fisico ha testimoniato che la vita è “un dono in ogni momento”. Questa è la prova suprema del “vedere spirituale”: quando il corpo fisico cede, la realtà del Risorto diventa paradossalmente più nitida e reale. In Domenico Mangano e altri, come ho citato, ho visto l’esempio di chi ha smesso di cercare il corpo fisico di Gesù nei testi antichi per imparare a vederlo risorto nei volti degli ultimi e nella reciprocità sociale. Domenico è stato il testimone di come la Risurrezione non sia un evento da “credere” per fede cieca, ma da “vedere” con una sensibilità spirituale applicata alla vita pubblica.

Domenico Mangano con Chiara Lubich


























