Tuscia in pillole. Gli sposi di Boston

di Vincenzo Ceniti*

L’archeologo non si sorprende. Noi sì. E ci meravigliamo sempre nel ricordare che nel “Museo of  Fine Arts” di Boston sono esposti alcuni reperti del periodo etrusco e romano provenienti dalla Tuscia viterbese. Parliamo del quinto museo più grande degli Stati Uniti, in un bellissimo palazzo di stile vittoriano, fondato nel 1870. Possiede, tra l’altro, una miriade di capolavori, la più ricca collezione di Claude Monet al di fuori della Francia, la collezione di Jean-Francois Millet, quella di capolavori egizi e di artefatti giapponesi.

Nella sezione “Etruscan art”  sono esposti alcuni reperti etruschi rinvenuti in varie campagne di scavi a  Vulci,Tarquinia, Bomarzo, Civita Castellana. Le accurate didascalie si riferiscono a vasi, anfore, giare, orecchini, sculture di varie epoche. Presenti anche due  sarcofagi, peraltro già studiati e catalogati, che danno  soddisfazione e  rammarico al pensiero che potevano ammirarli in  Italia,  insieme ai tanti  reperti trafugati già dall’Ottocento, quando l’etruscologia cominciava a rendere soldi e prestigio. Ci riferiamo ai recuperi effettuati dai fratelli Campanari di Tuscania o a quelli di  Luciano Bonaparte o di molti tombaroli della prima ora, col placet dei  latifondisti del tempo.

I sarcofagi custoditi al museo di Boston, molto originali come esecuzione, provengono  da Vulci. Il primo, in pietra semplice, risale al IV sec. a.C. e l’altro in pietra alabastrina è di una generazione più giovane  Raffigurano due coniugi abbracciati sul letto di morte. Un abbraccio che sa di famiglia aristocratica. In quello più antico  la  tipologia del coperchio è del tutto inusuale con scene del matrimonio sui lati lunghi della cassa e i volti su quelli corti.

Nel sarcofago in pietra alabastrina  l’interesse è rivolto alle tendenze stilistiche nei volti degli sposi. “Lui” ha i lineamenti tipici  della scultura antica – come leggo da Adriana Emiliozzi –  mentre “lei” manifesta  “una sensibilità di tipo tardo classico”. Sulla cassa si distinguono rilievi di amazzonomachia. Nulla a che fare, comunque,  col sarcofago degli Sposi di  Cerveteri del VI sec. a.C..  La bottega vulcente che li ha lavorati, sarà attiva anche dopo la conquista di Roma.

Nella sezione ’’Arte greca e romana” si fa notare invece un bassorilievo ritrovato sulla Cassia vicino a Viterbo e proveniente da una tomba del periodo tardo repubblicano. Raffigura,  al centro, un nobile romano (P. Gessius) tra una donna (Gessia Fausta) e un giovane (P. Gessius Primus) probabilmente due schiavi da lui affrancati.

Nella foto, uno dei due sarcofagi provenienti da Vulci

L’autore*

ceniti

Console di Viterbo del Touring Club Italiano. Direttore per oltre trent’anni dell’Ente Provinciale per il Turismo di Viterbo (poi Apt). È autore di varie monografie sul turismo e di articoli per riviste e quotidiani. Collabora con organismi e associazioni per iniziative promo-culturali. Un grande conoscitore della Tuscia.

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