La Turchia lascia la Convenzione di Istambul

di Maria Teresa Muratore

Il mondo apparteneva agli uomini.

Sì, c’erano anche le donne, ma erano subordinate.

Lavavano, stiravano, crescevano i figli, preparavano da cucinare, spolveravano, spazzavano, lustravano.

Si emanciparono, ma sempre subordinate erano.

Professoresse, infermiere, mediche, avvocate, giudici, poliziotte, soldate, sindache, ministre, attrici, politiche, autiste, giornaliste, scrittrici, pittrici, scultrici, già suore, sarte, ballerine, cantanti, segretarie, cameriere, guardarobiere, serve, badanti, governanti, bambinaie, cuoche, prostitute.

Come si emancipavano un po’ venivano additate come algide, sapute, isteriche, arriviste, egoiste, incuranti dei propri figli (che infatti venivano su male), sfascia famiglie per il tempo dedicato al lavoro (e certo non potevano lamentarsi se poi il marito cercava sollazzo fuori), cretine per definizione.

Se facevano carriera era perché l’avevano data via, non perché magari erano più capaci degli uomini.

Marisa era alla sua quarta ripassata di botte.

Venturina aveva assaggiato le bastonate.

Giorgia era stata presa a calci davanti ai suoi figli.

Alina cucinava per suo marito ma il cibo era troppo salato o troppo sciapo o troppo poco e il suo braccio finiva sul fuoco.

Azzurra si sentiva ogni giorno dare dell’imbecille.

Giovanna non poteva uscire da sola neanche a fare la spesa.

A Virna veniva controllato il cellulare ogni ora.

Cosetta aveva dovuto convivere con l’amante di suo marito e farle da serva.

Domenica era stata messa a disposizione degli amici di suo marito.

Iolanda faceva finta di non vedere i giochi sporchi che il suo compagno faceva con sua figlia.

Maurica doveva sopportare i giochi sporchi a cui la costringeva il compagno di sua madre.

Tutto questo moltiplicato per 1000 o 10000 o 100000 o un milione di donne.

Dovunque c’è una Dolores, o Hillary, o Magda, o Marinella, o Milly, o Phoebe, o Ruth, o Wendy, o Virginia, o Yasmine, o Tersilia, o Sasha, o Jennifer, o Aisha, o Raya, o Karima, o Abir, o Genoveffa, o Agata, o Aiko, o Aurelia, o Costanza, che ha subito una qualche violenza, che è stata umiliata. Neanche portare un nome maschile come Andrea può salvarti.

Molte, troppe, sono state uccise.

Per malattia di possesso, come fossero cose invece che persone.

L’impotenza di sentirsi alla pari con loro da parte di alcuni uomini unita alla malvagità, al gusto ossessivo di prevaricare, di sopraffare, di sopprimere.

L’invidia della procreazione? Questo ha la donna in più dell’uomo. È questo che all’uomo non va giù?

Ma verrà un giorno in cui Marisa, Venturina, Giorgia, Alina ,Azzurra, Giovanna, Virna, Cosetta, Domenica, Iolanda, Maurica e tutte le altre subordinate sentiranno di non poterne più, di abbozzare, sopportare, e far finta di niente e soffrire in silenzio, e di vergognarsi per le umiliazioni subite, e smetteranno di pensare che è colpa loro se si ritrovano così, che hanno sbagliato; sì, hanno sbagliato a credere nell’amore, ad avere rispetto dell’altro, a pensare che anche lui ne avrebbe avuto per lei. Allora, quel giorno, tutte insieme, senza parlarsi, smetteranno di fare quello che stanno facendo, ognuna interromperà la propria azione del momento, si coprirà della propria dignità, si alzerà in piedi e sembrerà gigante la sua altezza, si proteggerà con la consapevolezza di sé e se ne andrà. Spariranno tutte le donne, vestite di nero, a lutto, perché nonostante le loro lotte hanno perso ciò in cui credevano e per cui erano state educate: l’amore.

Spariranno come in una lunga processione, rinunciando una volta per tutte, abbandonando il mondo.

E quel giorno, sarà, la fine del mondo.

 

 

Foto cover: IIS “Paolo Borsellino e Giovanni Falcone” di Zagarolo

 

 

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