Una mostra d’arte in corso a Palazzo dei Priori. Scopriamone il significato.

Pietro Boschi

Morto Alessandro Farnese Junior (1589), finisce la grandeur espressa dalla sua legazione nella provincia del Patrimonio di San Pietro. Eppure Viterbo, pur non mutando l’assetto urbanistico che proprio Alessandro volle conferirgli, continua a dotarsi di edifici e opere pittoriche di pregio: segno di una domanda – sia essa pubblica o privata, laica o religiosa – e di un’offerta ancora vivacissime; il “mercato” cittadino dell’arte non sembra affatto essersi assopito, anzi.
Tra lo scadere del Cinquecento e la prima metà del secolo successivo si attende, per esempio, alla decorazione pittorica degli ambienti principali siti al piano nobile del palazzo comunale, all’edificazione e alla decorazione della Palazzina Montalto a Bagnaia, al completamento o alla costruzione ex novo di importanti chiese al cui interno sono presto impegnati stuccatori, pittori e scultori.
A questo vivace contesto storico-artistico rimanda la mostra allestita nella Sala della Madonna in Palazzo dei Priori e intitolata Viterbo e la sua Custode. Capolavori ritrovati del ‘600 del Museo Civico di Viterbo. L’esposizione, ad accesso gratuito, consta di tre grandi tele provenienti dal Museo Civico ma lì da tempo sottratte alla vista del pubblico per mancanza di spazio.
Come a voler rievocare il più consueto degli allestimenti pittorici all’interno di una cappella, le opere disegnano uno schema a “U”: al centro, in fondo, sta la Morte di Maria di Aurelio Lomi (secondo decennio del secolo XVII), a sinistra di chi guarda si trova l’Assunzione di Giovan Francesco Romanelli (1633-39) affrontata dall’Adorazione dei Magi attribuita a Cesare Nebbia (fine XVI – inizi XVII). I tre autori appartengono a differenti generazioni, una consecutiva all’altra (più anziano fu il Nebbia, Romanelli l’ultimo a nascere) e qui tuttavia accomunati non soltanto dall’esecuzione di soggetti che celebrano la Vergine (indirettamente nel caso dell’Adorazione), ma anche dall’aver vissuto, chi già in età senile e chi ancora fanciullo,  quel clima artistico di primo Seicento del quale le opere in mostra restituiscono il «senso della committenza», per usare le parole di Fulvio Ricci, curatore dell’esposizione. Le tele dovettero cioè interpretare, soddisfacendolo, il gusto della clientela alla quale furono destinate, andando ad occupare un posto privilegiato nella chiesa di San Rocco (quella del Romanelli), nella chiesa dei SS. Giuseppe e Teresa (quella del Lomi) e in San Francesco alla Rocca (quella del Nebbia). Un gusto che ancora nel Seicento può sostanzialmente dirsi omogeneo, ovvero condiviso da più strati sociali (i fatti della cultura visiva andranno poi radicalmente mutando, e l’arte contemporanea finirà per essere tale anche in relazione a quei fenomeni legati alla sua stessa incomprensione. Ma questo è un altro discorso. Ma questo è un altro discorso…).
L’arte del passato si faceva dunque interprete di un’intera collettività e di quella collettività esprimeva, in modo pressoché univoco, il carattere sociologico, antropologico, religioso e politico. Del resto, l’identità religiosa cittadina risulta il tema fondamentale della mostra. Fulcro spirituale e fisico dell’intero allestimento espositivo è infatti la Tegola su cui nel 1417 mastro Martello dipinse l’immagine della Madonna della Quercia; distesa su un piedistallo in posizione reclinata, essa occupa il centro della “U” lungo cui sono disposte le grandi pale secentesche. Ecco quindi esplicitata la ragion d’essere dell’iniziativa in corso: la celebrazione del 600° anno della Sacra immagine di Maria e dei 550 anni del Patto d’Amore che lega Viterbo alla Madonna della Quercia.Il tema della ricorrenza viene inoltre ribadito da due grandi riquadri affrescati sulle mura della sala. È lì che Tarquinio Ligustri, il pittore viterbese più richiesto presso l’alta committenza romana di fine Cinquecento, illustrò due episodi legati al culto della Madonna della Quercia.
Peccato che la mostra non sia corredata da una pannellatura con testi che spieghino ciò che si vede; peccato che a mancare, almeno per ora, sia pure un catalogo degno di questo nome. Il visitatore dovrà accontentarsi di qualche notizia leggendo una semplice brochure. Buona, invece, l’illuminazione delle opere.

 

Pietro Boschi storico e critico d’arte laureato in Conservazione dei Beni Culturali e Ambientali presso l’Università della Tuscia. Svolge attività di consulenza storico-artistica per il Consorzio delle Biblioteche di Viterbo. Insegna discipline storico-artistiche all’ABAV – Accademia di Belle Arti Lorenzo da Viterbo.

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