Maria Teresa Muratore: la poesia, un filtro al dolore della vita

Viterbese di nascita e di crescita, un percorso di studi con una laurea in biologia all’Università di Pisa, oggi un lavoro alla ASL di Viterbo presso il Laboratorio Analisi dell’Ospedale Belcolle, dove ricopre l’incarico di Alta Specializzazione in Diagnostica delle Proteine.Una presentazione che non fa supporre a una vena poetica…

Una biologa prestata ai versi, una percezione artistica da quando?
Prima è venuta la poesia, e l’amore per la scrittura, poi la biologia. La prima poesia l’ho scritta a dodici anni, seduta per le scale che portavano in mansarda, guardando fuori la finestra che dà sulla strada cercando ispirazione nel mondo ai di là del vetro, dopo essere stata a trovare con papà una sua cugina un po’ singolare che mi aveva molto colpito. Al di là del vetro c’era la strada con le poche macchine di allora che passavano, e i tigli e forse qualche passante, immagino che fosse verso sera, al di là del vetro cioè c’era la vita normale e sullo sfondo della vita normale si staccava la figura particolare di questa giovane adulta col cervello di bambina, la cui vita non era normale. E’ la prima della raccolta “In terza persona”. La biologia è entrata nella scelta della facoltà universitaria dopo il liceo, per la scrittura mi avevano consigliato studi umanistici…ma è stato più semplice scegliere una facoltà che significava continuare gli studi, senza coinvolgimento personale, materie toste e un po’ aride, solo l’embriologia mi era sembrata affascinante, lo zigote che diventa morula e poi blastula, è il miracolo della vita, incredibile, stupendo, più che poesia.

Quindi la percezione artistica al di sopra di tutto?
Vedere prendere corpo dal niente i quadri di papà, vedere figure e colori materializzarsi sulla tele bianche come per magia, e la magia era che l’idea passava da papà attraverso il pennello o la spatola sulla tela e si esteriorizzava prendeva vita, non è stato niente, e noi figlie abbiamo assorbito quell’atmosfera e cose normalmente assenti per noi sono state possibili, e come se uno vive in una friggitoria prende egli stesso di fritto, così noi, inconsapevolmente impercettibilmente, abbiamo assorbito “l’arte”.

Publio Muratore indimenticato professore di Storia dell’Arte e Vice Preside al liceo scientifico Ruffini, nel ‘68 , cosa le ha lasciato, che ricordi ha di lui?
L’arte, il rispetto della parola data, l’altruismo, la generosità, il senso del dovere, la comprensione, il lavoro, la nobiltà d’animo, l’onore, la spontaneità, lo studio, l’impegno; papà era un artista, che metteva a disposizione di tutti, con generosità, la sua arte, aveva molto sofferto in gioventù ma quegli anni atroci, penso alla guerra e alla prigionia in Germania, lo avevano temprato e reso forte per sempre e soprattutto ottimista, vedeva sempre il lato positivo delle cose, la parte buona in ogni uomo, questa è stata la lezione che ci ha lasciato, la fede, o meglio la fiducia, in Dio, l’amore per la vita.

Quando è nato il desiderio di condividere le sue frasi con gli altri?
Come detto, scrivo “da sempre”, come una cosa normale, senza secondi fini, solo per un bisogno, per una cosa che si deve fare come respirare, o bere…ti prende l’impulso, cerchi una penna un pezzo di carta e scrivi mettendo in un cassetto. Il periodo più fecondo per le poesie inizia con l’università, tu sei ubriaca di libertà, per la prima volta non sei la figlia del Prof. Muratore ma Maria Teresa Muratore. La poesia ti accompagna sempre nella tua vita facendosi ogni tanto più presente nei momenti più intensi …o più piatti. Poi a un certo punto le parole vogliono uscire dal cassetto e inizi, timidamente, a tirarle fuori e leggerle e farle leggere. E vorresti che lo fossero sempre di più.

E’ da lì che si raffigura l’idea del concorso e la ricerca di un editore?
In realtà c’è un momento particolare in cui questo succede, quando muore mio padre e scrivo una cosa per lui e la leggo al suo funerale, è una cosa che ha a che fare con la parabola dei talenti e i molti talenti di mio padre, quando il funerale finisce il sacerdote mi dice “facciamoli fruttare questi talenti”.

Il Premio Claudia Fioroni nel 2004 il primo concorso..
Alla fine mi ero fatta coraggio e avevo fatto leggere le mie poesie ad Anna Mongiardo, scrittrice giornalista e critico letterario del Messaggero, oltre che mia cognata, lei mi dà un giudizio molto positivo anzi mi dice “Maria Teresa ti sei nutrita di poesia in questi anni?” e mi consiglia di farle leggere al poeta Elio Pecora, anche il suo giudizio è favorevole e mi suggerisce di fare una cernita e concorrere al Premio Claudia Fioroni a Viterbo, concorro e con piacevole sorpresa arrivo seconda, scegliere tra le tante poesie è difficile, questa sì questa no, quella scartata la riprendo, decido che c’è un tema che ricorre spesso, l’amore, e così ne faccio il filo conduttore, nasce “Scartini d’amore”

Il nuovo inizio nel 2014 l’incontro con la casa editrice ’Alter Ego’…
Nel 2014 finalmente incontro un editore che non vuole essere pagato per pubblicarmi, che crede in me, scommette sul mio lavoro e mi fa un contratto regolare. Grandissima soddisfazione, anche perché un altro po’ e lasciavo perdere, nonostante gli altri riconoscimenti ottenuti uno dopo un po’ si stufa a sentirsi dire che la poesia non la legge e non la compra nessuno. E fare le presentazioni è una cosa bellissima perché si ha il ritorno immediato delle sensazioni e delle emozioni del pubblico, se ci sono. Altrimenti non c’è rapporto tra lo scrittore e il lettore, o meglio il rapporto c’è per il secondo ma non per il primo. Questa fortunata collaborazione è continuata quest’anno con l’uscita di un libro di raccontini con alternata qualche poesia qua e là: “Astrazioni dal quotidiano” pubblicato a dicembre 2015.

Domenica 31 gennaio le viene consegnato il Premio internazionale di Letteratura, per la raccolta inedita di poesia a Napoli all’Istituto Italiano di Cultura . L’inizio di un viaggio che porta lontano?

Speriamo, non mi vergogno a dire che quando ho ricevuto la notizia ho pianto di gioia; la raccolta si intitola “In terza persona” e le poesie sono come fotografie o meglio schizzi estemporanei, tanto per parlare come papà, che ritraggono scene naturali o persone o situazioni che, per i motivi più disparati, mi hanno coinvolto, ma io li racconto restandone fuori, in terza persona appunto.

Secondo lei parlare d’amore, oggi è una cosa desueta?
Assolutamente no, l’amore è il motore del mondo, o almeno dovrebbe esserlo, anche se sempre più spesso l’uomo si fa condurre invece dall’odio, dalla negazione dell’amore.

Per Ungaretti la poesia è il modo con cui il poeta cerca con fatica e sofferenza di tradurre in parola l’universo e i sentimenti dell’uomo. Per lei che cos’è?
La poesia ti permette di filtrare il dolore della vita, di sopportarne il peso.

Come vede con l’animo del poeta Viterbo, la nostra città? Provi a definirla con un verso

Le grigie mura antiche che sembrano tristi mi han detto
i selci sconnessi che rimandano l’eco sordo dei tuoi passi
ma c’è una fontana che canta nel vicolo e ti accompagna
e poi
scopri che dietro alle porte ci sono i cortili, dietro ai portoni i giardini
ecco
lo sapevi che c’è sempre qualcosa di buono che si nasconde dentro ognuno di noi.

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