RACCONTI BREVI/ Quel muro tra me e il dolore

….. E allora trovo un angolo, inizio a raccontare, divento il punto di partenza, focalizzo i dettagli, metto un punto e vado a capo.” ……..

 

Il punto è che vieni inghiottito proprio mentre gli angoli di luce sembrano farsi più densi. Era mio padre, arrogante, religioso in un certo modo, pieno di sé. Ora se ne sta lì, inerme, rantola in questo sottoscala di merda. Il sangue nelle vene non ce l’ha più, glielo vedo scorrere sui palmi delle mani, sulla fronte. Rimetto il martello nello zaino. Io a mio padre solo una cosa recrimino, quella di aver avuto la strafottenza di avermi messo al mondo. E il mondo che mi ha mostrato non è mai stato colorato e soddisfacente. L’odio, mi ha fatto conoscere mio padre, nella sua forma più spregevole. Mi snobbava. Una parte di me avrebbe voluto farlo parecchio tempo fa. L’altra pure. Esala gli ultimi fiati, affannato e inconcludente, come mi vedeva lui. Affannato e inconcludente. Un certo numero di persone pensano che i figli non ricambieranno mai quello che gli hanno dato i propri padri. Stanotte ho sovvertito il pensiero di queste persone. Non è nebbia quella che vedo scorrermi davanti agli occhi, è il ricordo; una strana patina che mette in risalto certi dettagli. Fa un freddo norvegese, in questo sottoscala. Io la Norvegia non so nemmeno dove stia sulla cartina geografica, però so che in quelle zone il freddo è lacerante. Un freddo che attanaglia i pensieri e ti costringe alla sopravvivenza. Non c’è mai stato modo per me, per mia madre, di ritagliarci uno spazio leggero dove credere che le circostanze potessero diventare migliori. È lì, immobile con le pupille fisse che scrutano mattonelle su cemento, le braccia larghe nel segno di un abbraccio che mi è sempre stato negato, e la sensazione stratificata sotto la pelle di essersi meritato una morte del genere. Ho dovuto rimediare a tutti quei silenzi che negli anni celavano una sofferenza da far venir giù cielo e nuvole. Cammino avanti e indietro come uno che si sta cagando sotto dalla paura, i polsi tremano, non importa, mi salva il residuo; la consapevolezza di aver messo un muro tra me e il dolore. Un picchiettio forte mi pungola in testa, uno di quelli che non mandi via con un’aspirina o una bustina effervescente, ce l’ho dal giorno in cui la parola amore, tra lui e mia madre, s’è fatta così roboante da perdere completamente di significato. Siedo sulle scale umide, lui non si è mosso, non potrebbe e non deve. Mi pare di respirare per la prima volta. Al corpo penserò tra qualche minuto, appena il tempo di permettere ai vasi sanguinei di tornare a pompare sangue come sanno. Il suo ce l’ho ovunque, sui vestiti, sulla pelle, sulla dubbia certezza che semplicemente, era una cosa che andava fatta.

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