Mattonelle lilla… un sussulto nell’anima

Chiara Mezzetti

Chiara Mezzetti, la nostra scrittrice, con il suo quarto racconto alimenta la sorpresa ai lettori con il suo stile diretto e accattivante.

MATTONELLE LILLA
Viterbo, via Giuseppe Garibaldi. Secondo piano interno quattro.

Le mattonelle lilla mi fanno cagare. Pensavo ci avrei fatto l’abitudine. E alla fine mi sono abituato. A odiarle sottovoce. A prendere un martello e avvicinarmi tanto così senza colpirle. A sbatterci i piedi più forte e godere se si forma una crepa.
A volte ci attacco una caccola. Altre ci striscio le dita sporche.
Si può scopare in una camera con le mattonelle lilla?
Non si può godere immersi in una caramella avariata, soffocati da pareti di glassa dolciastra. Non si può.
Lei le ha volute così. E sono sicuro che me l’abbia fatto apposta.
Provaci ora. Prova a sentirti vero mentre soffochi in una camera da letto pallida, nauseabonda, lilla.
Prova a dire che mi vuoi. Recita, fallo bene. Più enfasi. Non troppa che poi stucca. Di’ che mi ami, che fare l’amore con me è come la prima volta. Che tua moglie è tutto ciò di cui hai bisogno. Ripeti. Ancora. Attento. Cammina piano. Metti le pattine. Le pattine del cazzo. Perché poi si sporcano le fottute mattonelle lilla. Non fumare in casa che poi fa puzza e le mattonelle si scuriscono e diventano viola, come l’Inferno. E io voglio avvolgere la casa di fumo, fino a farne una crosta bruciata. Pece deve diventare. Un buco nero. Fine. Chi s’è visto s’è visto.

Giro il caffè. Ancora una volta prima di berlo.
“Amore, attento a non rovesciarlo“

Ti odio. Ti odio. Ti odio. Avevi promesso che a noi no non sarebbe successo. E invece. Mi sono svegliato una mattina e tu non c’eri. Non c’eri più. Stavi lì mi guardavi. In piedi. Con la tazzina in mano. Hai appoggiato le tue labbra sulle mie. E io non ho sentito niente. Tu non c’eri più.
Il tempo ti aveva portato via, anni luce, galassie, universi lontani da me. Eri un puntino, un satellite perso nell’ atmosfera, che mi gravitava intorno a orbite sempre più larghe.
Eri sparita. Dispersa negli abissi, sparpagliata in atomi disgregati, fluita via.
Mi mancavi come un morto. Il nostro amore: un cadavere freddo, che ispirava malinconia.
Ero in lutto. Avevo perso la persona che amavo.
Tu non ti sei accorta di niente. E come avresti potuto? Io per te ero morto già da molto prima. Ero evaporato, un palloncino a elio che tu non hai nemmeno cercato di afferrare.
Ci si abitua. Le persone muoiono, anche se esistono. I sentimenti si sciolgono in soluzioni lente, gli sguardi si spengono fino a non fare più luce, fino a quando diventa impossibile vedersi, figuriamoci guardarsi. Ci si abitua, e io mi sono abituato.
Ma poi hai deciso di tornare.
Ho ricominciato a sentire la tua voce. Prima sussurrata. A punzecchiarmi i nervi. Poi sempre più grossa, famelica, demoniaca. Un asteroide roccioso, a spigoli duri. A torturarmi le budella. A farmi sentire sotto giogo, a mettermi un collare di lame, che mi impedisce di parlare se non voglio sputare sangue. Sei tornata a torturarmi, a godere mentre mi guardi morire. Mentre vedi un pezzetto di me staccarsi ogni giorno, il mio cuore atrofizzarsi ad ogni “ti amo”.
Ho anche pensato di ammazzarti. Pure questo ti fa ridere?
Con il coltello grande, quello che sta in cucina. Non so cosa dovrebbe tagliare di preciso. Ma ha la lama liscia, l’impugnatura grossa. E poi pensa che goduria vedere tutte le mattonelle lilla affogate dal sangue. Il tuo. Ah.
Ci penso ancora in effetti.

Sì amore, hai ragione, ci sto attento tranquilla

L’Autrice
Ha esordito nel Laboratorio di scrittura del Disucum, Dipartimento di Scienze Umanistiche del Turismo dell’Università della Tuscia. Laureata in Scienze Umanistiche, al momento è laureanda in Filologia Moderna presso lo stesso Ateneo.Ha 24 anni e vive a Montefiascone

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