Vincenzo Gioffrè, un brand dipinto a mano su una foglia, o su un petalo che non lascia Viterbo indifferente

di Donatella Agostini

Vincenzo Gioffrè-cover

San Valentino è alle porte, e le vetrine dei negozi si riempiono di cuori, Cupidi e rose rosse, i simboli che l’immaginario collettivo attribuisce da sempre alla festa dell’amore e degli innamorati. Ma c’è la vetrina di un fiorista a Viterbo che si discosta totalmente dalla rappresentazione mainstream: ospita una installazione artistica site-specific che, in uno spazio delimitato da drappi di velluto di varie tonalità di rosso, mollemente avvolti a suggerire l’interno di un corpo umano, ospita l’inedito abbraccio tra due scheletri scarlatti.

scheletri rossi

«Sono veramente “proud” di questa vetrina. Qualcuno entra anche soltanto per chiedermi che significato abbia. E’ quella la soddisfazione, significa che non lascia indifferenti, che qualcosa comunica, ma non sono io a dover spiegare cos’è». Vincenzo Gioffrè è una personalità artistica singolare, delimitata a fatica dalle pareti della sua sontuosa boutique del bello. Italoamericano, artista delle composizioni floreali, degli addobbi per le occasioni speciali, nonché stilista e costumista per programmi televisivi, nel suo negozio sono esposti anche prodotti della sua linea beauty e accessori home da lui disegnati. «La boutique Gioffrè è come una pentola dove posso buttare tutti questi ingredienti». A fare da filo conduttore sono la ricercatezza, l’amore per il barocco e per il lusso, con una strizzata d’occhio al gusto gotico e decadente nella predominanza del nero e dell’oro. Ogni allestimento, ogni composizione è una piccola opera d’arte curata nel minimo dettaglio, e come ogni opera d’arte che si rispetti porta la sua firma: il brand Gioffrè dipinto a mano su una foglia, o su un petalo.

fiori

Nato a New York da genitori italiani nel 1997, Vincenzo Gioffre è cresciuto tra gli States, il sud Italia profondo di Bagnara Calabra e Orte. «Ho vissuto nella Grande Mela a periodi alterni: la mia prima infanzia, e dai diciotto anni fino a quattro anni fa», racconta, con il suo peculiare accento che è un melting pot di sonorità e di impressioni cosmopolite. «Avevo frequentato il liceo artistico a Terni, ma è a New York che mi sono diplomato e dove ho cominciato a lavorare nel settore, allestendo le vetrine di catene importanti come Victoria’s Secret. Ho sempre amato la moda a non finire, mi ha sempre affascinato il lato artistico che c’è dietro la creazione degli abiti, ma anche l’allestimento dei background delle sfilate. Lì ho cominciato a disegnare costumi e abiti per programmi TV. Avevo le mie soddisfazioni, un lavoro ben pagato, ma non si deve pensare che la vita a New York sia poi così bella e magica: dopo un po’ mi sono accorto che vivere lì non mi dava nulla al di fuori del benessere materiale. A Orte ero vissuto a contatto con la natura, avevo i miei spazi di pace, il mio casale con il bosco lì vicino dove andavo a dipingere con il cavalletto… Sentivo che mi mancava qualcosa di importante e a cui non ero più disposto a rinunciare. Così sono tornato a vivere nella Tuscia».

creazione

Il resto è il presente, fatto di una casa immersa nella natura e piena di animali, e la decisione di rilevare un negozio di fiori a Viterbo in via santa Mara della Grotticella,1 e di trasformarlo a sua immagine e somiglianza. «Al giorno d’oggi aprire un’attività è un po’ un azzardo» prosegue Vincenzo. «E’ passato già un anno: non nascondo le fatiche, le gioie, le notti trascorse insonni e l’ansia. I viterbesi poi sono un po’ come le mura che circondano la città: hanno paura di aprirsi, e se vieni da fuori non è detto che ti diano subito fiducia. Ma le mura hanno le porte, e infatti ho tanti clienti che “mi lasciano fare”. Alla fine sono stato accolto bene, ho creato amicizie e legami significativi, e per questo devo ringraziare tutti coloro che mi hanno permesso di arrivare fin qui». Un ringraziamento che si è concretizzato fin da subito in un suo personale omaggio alla festa più cara agli abitanti della sua città di adozione, una piccola Macchina di Santa Rosa – tre metri di polistirolo intagliato a mano, impreziosito di rose rosse e illuminato da fiaccole – rimasta esposta proprio al centro della boutique nei giorni precedenti alla festa. «Ho voluto realizzare la mia versione della Macchina prendendo spunto da tre opere d’arte, Fiore del Cielo, Gloria e Dies Natalis: i modelli che sono sfilati dal mio anno di nascita ad oggi».

Non soltanto Santa Rosa, a Vincenzo piace realizzare installazioni per ogni ricorrenza dell’anno, tutte caratterizzate dalla maestria artigianale e dalla cura dei particolari: ingredienti irrinunciabili per qualsiasi sua creazione, che sia una composizione o un addobbo. «Adesso in molti casi funziona così: chi fa questo lavoro, ma anche i designer o gli stilisti, chiunque abbia un compito creativo, usa l’intelligenza artificiale. Nel mio campo ad esempio per realizzare l’addobbo di una cerimonia basta mettere la foto della chiesa, istruire l’IA chiedendole di creare un allestimento con delle determinate caratteristiche, e l’IA sforna il risultato, indipendentemente dalla sua fattibilità. Io lavoro diversamente: vado in chiesa, la guardo in silenzio per una decina di minuti, chiudo gli occhi e immagino l’addobbo. Poi prendo carta e matita e disegno, valutando cosa è possibile e cosa no. Ci metto faccia ed esperienza usando la mia creatività personale, il mio stile, la mia testa. La tecnologia aiuta ma non può sostituirci: forse ci sta sfuggendo di mano».

installazione

Carta e matita che Gioffrè utilizza ancora oggi per disegnare i costumi e gli abiti per AMC Shudder, una piattaforma streaming statunitense dedicata al filone horror, ma anche per altre piattaforme come Discovery e Paramount+. «Nonostante mi sia trasferito in Italia continuo a collaborare con loro». Personaggio non incasellabile, Vincenzo Gioffrè non sopporta le categorie e le omologazioni. «Sono per la libertà, anche di scelta. Sono per il rifiuto delle forme rigide e razionali, nella vita, nel lavoro: nelle composizioni floreali che realizzo, nei costumi e negli abiti che disegno». E’ il Gioffrè anticonformista a guidarci nell’interpretazione finale della vetrina, quella che ci ha attirato qui. «L’installazione rappresenta un concetto che ho maturato di recente: le persone si soffermano troppo sulla superficie, come se l’amore dipendesse dal colore della pelle, dall’immagine esteriore. Ma l’amore riguarda la nostra anima, va oltre la carne. E va oltre il tempo: per questo San Valentino è anche per chi porta fiori a un caro defunto al cimitero. Perché l’amore vero è quello che, quando la pelle svanisce, resta ancora intrecciato nel marmo e nella polvere». Amore a tutto tondo: all’uscita ci congeda un manichino vestito da sposa, tra orsacchiotti e rose rosse, una sposa senza il suo sposo. «Un altro aspetto di San Valentino: l’amore verso se stessi. La sposa rappresenta la solitudine, ma quella bella, quella di una donna che sta bene da sola, che si coccola, che se vuole un mazzo di rose se le regala da sé».

sposa

fiori e design Viterbo – Gioffrè

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