Diritti civili, un passo indietro rispetto alla maturità del Paese

di Maria Teresa Muratore

Certe volte mi vergogno di essere italiana. Mercoledi è stata una di queste volte. Ma non per l’esultanza sguaiata di quel gruppo di senatori, no, per quello devono vergognarsi solo i protagonisti di quella scena pietosa. Mi vergogno perché in Italia troppo spesso quando si discute di grandi temi sociali, etici, morali, che toccano la sensibilità e la dignità delle persone la politica si divide in fazioni come nel tifo del calcio e se li gioca a slogan, ignorando completamente i problemi reali che li hanno portati in superficie. Ignorando le ragioni che hanno aperto la discussione, ignorando soprattutto che dietro a questi problemi ci sono uomini e donne vivi, veri, palpitanti, con i loro dolori, le loro fragilità, la loro libertà di espressione, il loro libero arbitrio. Quando si parla di divorzio, aborto, eutanasia, coppie di fatto, ius soli, identità di genere, razzismo, si può essere di qua o di là ma non si può fare delle proprie convinzioni una bandiera per lo slogan elettorale. Ogni nostro rappresentante al Parlamento deve pensare che sta prendendo decisioni a favore o svantaggio di un altro uomo o donna che ha la caratteristica di trovarsi in una determinata spesso difficile situazione. Penso che i diritti di ognuno vadano salvaguardati, le differenze comprese e accettate, e soprattutto rispettate. E soprattutto trovo vergognoso che si continui a giocare col voto segreto. I parlamentari che votano e ci rappresentano (sic!) dovrebbero votare sempre col voto palese, perché io elettore vorrei sapere come vota il deputato o il senatore da me eletto, per capire se ho sbagliato o no a riporre in lui la mia fiducia. È troppo comodo dire voto a favore e poi votare contro. O anche il contrario. Perché potrebbe anche essere che il mio partito politico la pensa in un modo ma io in una determinata questione morale la penso diversamente e posso anche votare secondo coscienza e diversamente dalla mia fazione politica ma allo scoperto, mettendoci la faccia, non “all’ammucciuni” come dicono in Calabria.

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