L’Intervista: Antonio Rocca lo storico che ha scelto la Tuscia

Pietro Boschi

Storico dell’arte con spiccate qualità critiche e di analisi ermeneutica, Antonio Rocca ha rivoluzionato gli studi inerenti alla storia e all’iconografia del Sacro Bosco di Bomarzo con il suo Sacro Bosco. Il giardino ermetico di Bomarzo (Sette Città, 2014). Pure a Rocca si deve una nuova e approfondita lettura iconologica dei celebri affreschi correggeschi della camera della Badessa a Parma, capolavoro tanto pittoricamente raffinato quanto denso di significati teologici e filosofici.

Romano d’origine, Rocca da anni ha scelto di vivere tra Viterbo e Bomarzo; a questo pezzo di Tuscia egli ha dedicato e continua a dedicare una parte significativa dei suoi interessi di intellettuale, anche promuovendo importanti attività atte a valorizzare il patrimonio storico e artistico viterbese. Su sua iniziativa, per esempio, è nata Egidio 17, associazione tramite la quale si sono tenuti incontri e conferenze di alto livello scientifico sui temi dell’arte e della storia rinascimentale nel periodo compreso tra Riforma e Controriforma.

Considero Rocca non soltanto un valente storico dell’arte, ma anche un uomo dotato di spirito anarchico e dunque svincolato da ogni suggestione che non sia quella generata dal proprio intuito e dalla propria intelligenza. Ho deciso così d’intervistarlo per avere da lui una visione competente e lucida su quanto a Viterbo accade – o non accade – in materia di gestione e valorizzazione del patrimonio storico-artistico.

Circa un anno e mezzo fa proponevi l’apertura gratuita del chiostro del Museo Civico Rossi Danielli suggerendo all’amministrazione comunale di arretrare la linea di bigliettazione all’ingresso delle sale. In questo modo, sostenevi, la città sarebbe “entrata” nel museo per una migliore socializzazione della cultura. Il Rossi Danielli continua, invece, ad essere uno spazio chiuso e irrelato rispetto al contesto sociale e culturale cittadino.

La città, in linea generale, non vive il museo civico, che è fuori dagli itinerari consueti delle guide e che il grosso dei cittadini non conosce.È un problema, questo, che riguarda tanti musei e tante città, non è una specificità viterbese e non riguarda solo il Rossi Danielli. Anche il Museo nazionale etrusco Rocca Albornoz e quello della Ceramica della Tuscia, per esempio, soffrono del medesimo limite.L’alterità del museo rispetto a quanto di più vivo e dinamico la città esprime in materia di cultura chiama in causa molti ordini di responsabilità. C’è la mentalità autoreferenziale del conservatore, che si limita a mantenere la collezione e ad aprire e chiudere le porte del museo; c’è l’incapacità manageriale; c’è la burocratizzazione sovrana e la scarsa motivazione del personale; c’è l’incompetenza degli amministratori…Aprire il chiostro era una buona idea perché era un modo per rendere poroso un limite, perché era pensato come un progetto collettivo portato avanti da differenti associazioni, perché riportava la città in un museo che nasce per concorrere alla costruzione di una coscienza cittadina. Come al solito ha vinto la burocrazia e l’inerzia.

La facciata di Palazzo Nini, splendidamente decorata nel secondo Cinquecento, è ormai in uno stato di degrado parzialmente irreversibile che tuttavia non sembra interessare la pubblica amministrazione.

Sì, questo è un disastro di cui siamo tutti responsabili. Per primi gli enti che sono preposti alla tutela, poi i proprietari, poi coloro che detengono una qualunque forma di potere istituzionale o accademico, quindi chi fa opinione, poi noi appassionati e infine la cittadinanza tutta.Siamo tutti correi di un disastro annunciato. Basterebbe molto poco, basterebbe una rete tra proprietari, enti pubblici, sponsor. Ragioniamo di pochi soldi, un semplice intervento di pulitura e consolidamento. È una vergogna, quantomeno io mi vergogno un po’.

La storia della cultura rinascimentale viterbese si potrebbe immaginare annodata attorno ad almeno tre lavori pittorici (se si escludono i perduti affreschi di Benozzo Gozzoli, un tempo presenti all’interno della chiesa di Santa Rosa): le Storie della Vergine realizzate a fresco da Lorenzo da Viterbo e aiuti nella Cappella Mazzatosta in Santa Maria della Verità, la Pietà di Sebastiano del Piombo (il cui impianto disegnativo, con ogni probabilità, andrebbe ricondotto alla mano di Michelangelo Buonarroti) e una piccola tavola raffigurante la Crocifissione di cui ti sei occupato assieme ad altri studiosi non senza il supporto del laboratorio di diagnostica per la conservazione e il restauro “Michele Cordaro” (Università della Tuscia). I suddetti dipinti possono, insieme, raccontare una storia attraverso cui caratterizzare il Rinascimento viterbese? Della tavoletta con la Crocifissione, cosa si è scoperto e cosa ancora andrebbe studiato?

Parli di opere conservate tra museo civico e museo del colle del duomo e questo ci conduce a ragionare di un sistema di comunicazione integrato, che accolga anche l’importante collezione farnesiana di Palazzo Brugiotti.

La verità è che noi viviamo in un museo. Dovremmo valorizzare Palazzo dei Priori, il complesso conventuale della Trinità, Palazzo Nini … ma noi viviamo in una città che non vede Palazzo Farnese, che consente lo scandalo di palazzo Farnese.

Cosa ti dico? La chiesa di San Rocco, l’ex convento di Santa Caterina… La città va valorizzata come sistema integrato. Ma prima di realizzare un sogno lo devi sognare, non mi sembra sia questo il clima.

Speriamo solo non si arrivi a strappare Sebastiano del Piombo dal resto della collezione rinascimentale. Non credo, tuttavia, che la sovrintendenza potrebbe acconsentire a una cosa simile.

Comunque, cerco di risponderti: io ripartirei dal museo civico, anche avendo il coraggio di destrutturarlo per promuovere un sistema museale cittadino. Un circuito da realizzare ascoltando e coinvolgendo le guide. Senza di loro non si va da nessuna parte.

La tavoletta con la Crocifissione cui hai fatto riferimento merita un discorso più ampio. Sono contento di aver contribuito a strapparla dall’oblio in cui era scivolata e degli importanti riscontri alle nostre ipotesi che ci giungono da studiosi di chiara fama come Maria Forcellino e Marco Bussagli. È un’opera importante, è l’unica che ci rimane di quel periodo tormentato che fu la Viterbo all’epoca del concilio di Trento. È una porta privilegiata per accedere a un mondo che non vediamo, ma che sempre ci attende e ci chiama.

Bartolomeo Cavarozzi, pittore viterbese di valore indiscusso e presente in molti importanti musei nazionali e internazionali. Di lui Viterbo conserva tre tele, due delle quali di notevole qualità artistica: la Visitazione di Palazzo dei Priori e la Madonna col Bambino esposta nel Museo del Colle del Duomo. Come immagini una mostra di Cavarozzi a Viterbo?

Ci vogliono tanti soldi. E poi neanche, se pensi a quanti ne sono stati spesi per sciocchezze monumentali pagate con soldi pubblici. Una mostra su Cavarozzi e sul Seicento a Viterbo sarebbe un modo per riconciliarci con un pezzo di storia che abbiamo martoriato, recuperando un altro pezzo d’identità collettiva.Abbiamo i contatti scientifici per farla, penso a Gianni Papi, abbiamo le opere, abbiamo i luoghi. Manca, come sempre, intelligenza e determinazione.

Artisti in grado di segnare significativamente la storia dell’arte contemporanea europea hanno vissuto o abitano ancora nella Tuscia, eppure la città non ha mai reso loro omaggio. Come ti spieghi una così imbarazzante indifferenza dimostrata dalle istituzioni locali?

Conoscendo le istituzioni locali, e non parlo di questa amministrazione, ma delle amministrazioni di questo territorio, presenti e passate, mi stupirei del contrario.È imbarazzante, poi ci si fa l’abitudine.

Alla fine uno come Castellani, che è esposto nei musei più importanti del mondo, può fare a meno di una mostra qui. Un po’ dispiace, sono occasioni che si perdono. Pazienza, sono mostre che vedremo altrove.

 

 

 

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