Vincenzo Ceniti: la mia “cotta” per la Tuscia viterbese

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Confesso di avere sempre avuto la sindrome da turista. L’ho ereditata da mio padre che credo l’avesse anche lui. Non l’ho mai curata perché mi è sempre piaciuto sentirmela addosso, tanto che ancora oggi, da pensionato, se incontro a Viterbo o in un paese della Tuscia un turista qualsiasi, faccio in modo di incrociare i suoi sguardi perché mi possa chiedere un’informazione cui rispondo con lo stesso amore di una volta.

L’innamoramento è cominciato da giovane. Il primo sintomo fu quando curavo una rubrica di informazioni turistiche sulla Tuscia Viterbese nel giornaletto di parrocchia tirato al ciclostile. Credo che fosse il 1953. Col tempo l’infatuazione s’è fatta  “cotta” e più avanti è diventata lavoro. Non per niente sono capitato in un ente turistico (Ente Provinciale per il Turismo e successivamente Apt) dove ho dedicato quarant’anni di vita come dipendente e come direttore. E tutto per promuovere la Tuscia, farla conoscere e vederla crescere in tempi non certi propizi per il turismo e la cultura..

Le prime soddisfazioni? Mi sembra infantile, ma ho sentito una grande scossa quando l’Ente Nazionale Italiano per il Turismo mi inviò (erano gli anni Sessanta) alcune foto di tre manifesti esposti, su mia insistente richiesta, nelle vetrine delle delegazioni Enit di Parigi, Londra e Monaco di Baviera. Erano gigantografie, rigorosamente in bianco e nero, della Macchina di Santa Rosa (modello Paccosi), della Villa Lante di Bagnaia e del Palazzo dei Papi di Viterbo. Mi illudevo che tutti gli abitanti di quelle città si fossero interessati a quei messaggi fotografici. A onor del vero era la prima volta che tre immagini della Tuscia varcavano i confini d’Italia.

Più tardi, in decenni successivi, la presenza della Tuscia all’estero fu assicurata più stabilmente da vari stand turistici in Borse e Fiere che organizzavo in ogni parte d’Europa per conto anche della Regione. Saranno state una quarantina quelle a cui ho partecipato e tutte distinte da una partigianeria sfacciata per le risorse del nostro territorio, ricevendo i rimbrotti dei colleghi del Lazio. In una di queste, per accrescere l’interesse verso gli etruschi, costrinsi Omero Bordo (tombarolo pentito) ed abile artigiano di Tarquinia, ad esporre al Museo Archeologico di Monaco di Baviera, in una serata con giornalisti e tour operators, i suoi famosi gioielli, riproduzioni fedeli in oro di quelli autentici. Fu un grande successo.

In tanti anni di lavoro ho personalmente curato una infinità di opuscoli, brochure, libri, riviste, articoli, filmati sul nostro territorio per esaltarne  le latenti qualità. Penso alla rivista Tuscia, la prima del genere letterario-turistico a raccontare organicamente, dal 1973 a pochi anni fa con uscite puntuali , le nostre attrazioni, dai monumenti, alla cucina, agli eventi ed altro. L’amore per la Tuscia voleva dire redigere i testi (una sorta di lettere d’amore), farli tradurre nelle varie lingue, scegliere le foto più accattivanti, raccogliere le curiosità, preoccuparsi che il prodotto finisse nelle mani giuste. . 

Provavo rammarico, al limite dello sconforto, quando l’ente che dirigevo veniva considerato negli anni Sessanta-Settanta un’istituzione secondaria per gli argomenti trattati, che non godeva la dovuta attenzione per il lavoro svolto. In poche parole Comune, Provincia e Camera di Commercio mi snobbavano.

Sono poi venuti  anni migliori con molti successi, specialmente nel campo della manifestazioni turistiche e culturali. Una su tutte il Festival Barocco (dal 1976), che curavo personalmente in collaborazione con alcuni amici “illuminati”. La rassegna musicale, rispettata ovunque, non solo in Italia, ha contribuito notevolmente a far crescere l’immagine di Viterbo e della Tuscia. E ne ero fiero. 

Nella prima edizione del “Trenino della Tuscia” (altra iniziativa da ricordare) che in alcune domeniche, per diversi anni, raggiungeva Viterbo da piazzale Flaminio portando in gita in vagoni riservati circa 250 turisti romani, mi sono confuso tra i passeggeri per emozionarmi con loro nel vedere gli scenari del Soratte, di Villa Lante e di Viterbo.

C’è stata, anche, la stagione degli investimenti nelle strutture. Vado a memoria: a Viterbo i restauri della chiesa degli Almadiani  per iniziative culturali, quelli alla chiesa del Gesù, alla chiesa di Santa Maria della Pace e quelli alla chiesa di San Carlo per una raccolta di materiali sulla civiltà contadina. Apprezzate negli anni Ottanta la ristrutturazione della Loggia di San Tommaso dove venne allestito il piccolo museo delle Confraternite con shopping turistico e la realizzazione del ristorante “La Zaffera” negli ambienti abbandonati dell’ex ospizio di San Carluccio. Altre iniziative hanno interessato vari centri della Provincia come il restauro del Casino di Caccia a Villa Lante per la creazione di un bar-ristorante, la ristrutturazione del palazzo Pamphili di San Martino al Cimino (ora in deprecabile degrado), la creazione di un centro di ristoro e accoglienza nel Casale dell’Osteria di Vulci. Queste iniziative hanno creato nuove occasioni di lavoro e di promozione turistica. 

L’”Organo di Ceniti”. Così titolava con evidente e sciocca ironia un giornaletto del posto all’indomani della costruzione da parte dell’Ept (su mia espressa volontà) del grande organo di Santa Maria della Verità a Viterbo. Quello strumento, unico nel suo genere in tutta la provincia, serviva al Festival Barocco ed ha  creato le premesse per una nuova cultura musicale che ancor oggi si esprime in tante occasioni.

Il giorno più bello? Non so se fosse il più bello, ma certamente il più prestigioso. Di quelli che non si dimenticano facilmente. Fu quando consegnai nelle mani del re archeologo Gustavo VI  Adolfo di Svezia al Mediterraneum Museum di Stoccolma, in occasione del 90° compleanno del sovrano, il dono ufficiale dell’Ept di Viterbo. Una scultura in argento raffigurante un cavallo etrusco, opera dell’artista Alessio Paternesi. Era il 1972 ed aveva 36 anni. Quel giorno fremevo con tutta la Tuscia. 

Per la Macchina di Santa Rosa, negli anni Settanta-Ottanta mi sono occupato di installare a piazza del Plebiscito le prime tribune per assistere al trasporto. Pensate che si doveva lavorare con i tubi Innocenti con tutte le difficoltà del caso. Occorreva una settimana di lavoro per montarle. Grande soddisfazione anche per il primo manifesto a colori del trasporto che realizzai facendo venire a Viterbo un fotografo professionista da Firenze. Era il 1969.

Delusioni? Tante. Quella che ricordo con più amarezza fu la mancata sistemazione di un ascensore nella Torre dell’Orologio a Viterbo. Non c’erano le condizioni tecniche mi disse l’ingegnere che aveva progettato l’ascensore del campanile di San Marco a Venezia. Avrei voluto che i turisti vedessero dall’alto della torre le bellezze della mia città. Altra delusione l’impossibilità di mettere nelle acque del lago di Vico un battello a trazione elettrica,  e quindi non inquinante, per la migliore fruizione di quel paradiso terrestre.

Tutto questo per amore della Tuscia che oggi, nell’ultima stagione della mia vita, cerco di servire come console del Touring Club Italiano con iniziative e manifestazioni culturali di ogni genere. Servono a tener viva una  “cotta” che è dura a morire.

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