Il Carnevale di Ronciglione ha appena calato il sipario. Sicuramente è l’evento che più di ogni altro riesce a mettere insieme generazioni diverse, bambini, ragazzi e adulti, famiglie intere che per mesi lavorano fianco a fianco per costruire qualcosa che esiste solo perché esiste una comunità che ci crede intensamente ed è coesa.
Pensare a tutto quello che è stato costruito e preservato in una storia secolare ribadisce l’unicità di un evento e il progredire di una tradizione nella quale è possibile riconoscervi quegli elementi del carnevale romano rinascimentale e barocco che Johann Wolfgang Goethe descriverà nel suo libro “Viaggio in Italia”, viaggio compiuto tra il 1786 e il 1788.
Il suono del “campanone” sopra il tetto del municipio annuncia la festa e la cittadina e i suoi ospiti si riuniscono nella danza popolare del saltarello. La banda comunale Alceo Cantiani dà il via alla parata che nelle vie del paese comprende la cavalcata degli Ussari, i carri allegorici, le mascherate del Corso di Gala, il “Carnevale dei Bambini“, la “carica dei Nasi Rossi“, la “sfilata gastronomica“, la corsa delle carrozzette e le maschere libere, fino ad arrivare al rituale della morte di Re Carnevale con la pittoresca fiaccolata del Martedì Grasso in cui la Compagnia della Penitenza e la Compagnia della Buona Morte portano in processione Re Carnevale per salutarlo un ultima volta, prima che prenda il volo a bordo del pallone aerostatico. Il saluto a Re Carnevale è anche la promessa che si rinnova ogni anno, quando la tradizione ritorna, si trasforma e si arricchisce della fantasia e della creatività dei suoi protagonisti.
Tutto questo per la popolazione significa averne sostenuto la sua storicità nello spirito di appartenenza, unito alla passione e all’energia messa al servizio di Ronciglione, un paese che si riconosce in un’unica grande festa, in cui non conta solo lo spettacolo finale, ma tutto il percorso che porta fin lì, tutto quello che succede prima, dietro le quinte, nei laboratori, nei capannoni, nelle case.
L’edizione appena conclusa ha visto l’assegnazione del Premio Coletta 2026 al gruppo Ballo Bà con la mascherata “Finchè la Barca Bà…”
Le ideatrici della mascherata, Sabrina Campari, Noemi Monaldi e Cristina Marino, sono giovani e determinate trentenni che ci conducono attraverso un’intensa narrazione a percorrere una storia, tramandata di padre in figlio, un filo che non si spezza, che si rafforza e si rinnova.
“Una festa incisa nei cuori in mesi di lavoro condiviso, nell’impegno e nell’entusiasmo, che fa capire che “per noi” il Carnevale è un pezzo di quello che siamo”, afferma Sabrina, una delle tre.
Ecco come si racconta il gruppo…
Cosa avete voluto rappresentare con la vostra Mascherata?
La Amerigo Vespucci con il suo viaggio intorno al globo racconta la bellezza, la storia, la cultura e i valori dell’Italia apprezzati in tutto il mondo. Nel nostro racconto, la “Nave più bella del mondo” è diventata una flotta di velieri che danno vita a una danza di vele colorate e navi decorate, attraversando le vie del Carnevale sulle notte di “Finchè la barca va”, pronti a portare la nostra bellezza che è fatta di vitalità, allegria e gioco.
Il premio Coletta: conosciamolo meglio.
E’ proposto da Maurizio, Giovanna e Michele Valeri il marito e i figli di colei che è stata una grande carnevalara di Ronciglione, è indirizzato alle mascherate partecipanti al concorso di gala del Carnevale. Un riconoscimento che ha come fine quello di tutelare la passione e la dedizione di Maria Coletta per il Carnevale. Il premio è da intendersi come un riconoscimento a chi si ispira a quella sua stessa concezione del Carnevale che andava al di là del costume e si faceva quasi performance premiando estro, goliardia, eleganza e genialità al servizio di quella teatralità che comunica con il linguaggio dello scherzo, del sarcasmo, della satira.
Lo stato d’animo nell’averlo ricevuto?
Siamo davvero onorate di aver ricevuto questo riconoscimento dal valore incommensurabile, il suo legame con la nostra storia e con l’ironia e la creatività di Coletta, ci onora. Allo stesso tempo è un premio che onora tutta la nostra comunità, che spinge i carnevalari nella stessa direzione, anche se ognuno con il proprio tocco distintivo. Ci lega a una memoria che nel tempo stesso spingeva al progresso, al rinnovamento, all’invenzione in funzione della spettacolarità a volte ironica, a volte elegante, a volte geniale.
“Il gruppo ̀ ha portato in piazza una vera opera d’arte da indossare”
Quanto il costumista incide nella messa in scena?
Nella nostra mascherata, il costumista realizza sapientemente la parte sartoriale di ciò che noi abbiamo concepito nell’ ideazione. L’espressione della mascherata di quest’anno è stato il risultato di diverse tecniche e collaborazioni di amici e professionisti che si sono rese necessarie per la migliore riuscita, allo stesso tempo i bozzetti di tutti gli elementi sono stati delineati da noi. Per cui ci sentiamo orgogliose nel dire che i costumi hanno un ruolo importante e la presenza di una figura come Luca Cristofori ha contribuito all’ identità visiva della nostra mascherata.
Un premio, nella sintesi dell’Ente organizzatore del Carnevale, la Pro Loco di Ronciglione, che celebra l’incredibile lavoro artigianale e la dedizione che rendono ogni maschera un pezzo unico de “Il Carnevale che ricordi”.
Che significa per voi il Carnevale?
“Carnevale è un sentimento”. È l’appuntamento fisso con quelle persone con cui ci si intende con uno sguardo. È un laboratorio di idee folli che acquistano senso nello spazio di una sfilata, ma che esistono già da molto prima in chi le immagina, ed esistono anche dopo, in chi le ricorda.
È coltivare una visione e difenderla. Dietro il tempo ristretto di un programma c’è un motore che ad aprile ingrana la marcia e prosegue fino alla edizione successiva. A tratti rischia anche di schiacciare la quotidianità che lavorativamente ci occupa in altri ambiti.
Quale è il miglior riconoscimento per la vostra Mascherata?
La consapevolezza di aver ricevuto un premio che ispira racconti e ricordi ai Carnevalari. Un modo per parlare e far conoscere la nostra storia anche a chi non ha potuto vedere le “scappate” di Coletta.




























