
Per anni e anni, nessuno è in grado di stabilirlo, ha ospitato il nido di un tasso solitario. Che poi, ma è roba di poco tempo, è stato costretto a sloggiare con tutta la famiglia. Più precisamente, da quando sono ripartiti i lavori di recupero e ristrutturazione dell’intero complesso, già convento e abbazia dei frati Domenicani, sepolcreto, penitenziario, oggi padiglione dell’Università della Tuscia. L’aneddoto del tasso è stato raccontato in mattinata da Margherita Eichberg, Soprintendente alle Belle Arti per Viterbo e l’Etruria Meridionale, nel corso dell’apertura straordinaria della chiesa di Santa Maria in Gradi. Il mustelide è stato per anni il padrone assoluto della stessa chiesa, e dunque testimone vivente dello stato di abbandono del complesso, sicuramente dal 2008, allorché furono interrotti i lavori per esaurimento dei fondi. Oggi esso è tornato almeno a respirare e far respirare storia attraverso interventi che la Sovrintendenza sta mettendo in campo, con risorse, in realtà, assai limitate rispetto a quelle che sarebbero necessarie per riportare completamente in vita il sito che, per rilevanza storica e artistica, è il secondo di Viterbo, dopo il palazzo dei Papi.
Immaginare una data di completa riapertura sarebbe un esercizio troppo ardito, l’importante è la ripresa dei lavori. Work in progress. La visita straordinaria, a numero chiuso, è servita certamente a testimoniare i risultati del cantiere, ma soprattutto a dare l’idea delle potenzialità dell’abbazia, in chiave archeologica, artistica, turistica. Una visita guidata dall’architetto Federica Cerroni e dall’archeologa Beatrice Casocavallo. Tre i finanziamenti che hanno riguardato la messa in sicurezza delle aree scoperte, la rimozione dei ponteggi e il consolidamento di alcune “creste” murarie, che sono costati 200.000 euro e poi un milione e 280.000 euro, su tre annualità, per la verifica di vulnerabilità sismica e il funzionamento strutturale dell’edificio.
“Un lavoro – ha spiegato l’architetto Cerroni – che ci ha permesso di ricostruire la genesi e la storia di Santa Maria in Gradi, a partire dalle evidenze archeologiche fino al recupero dell’ambiente principale che in epoca carceraria era destinato a laboratorio di falegnameria e tintoria. Prevediamo, in tempi brevi, di appaltare il restauro del portico quattrocentesco”.
L’interno è stato liberato dai ponteggi e ora può almeno mostrare tutta la sua maestosità architettonica offrendo aperture suggestive alla personale immaginazione. Ai lati della navata una serie di cappelle, sotto di esse altrettanti ossari, che nel corso dei secoli ovviamente sono stati violati. “A Viterbo – ha osservato l’archeologa Casocavallo – tutti i componenti delle famiglie più importanti sono state sepolti qui. Questo è uno spazio che i viterbesi purtroppo non vedono da tanto tempo”. E quando lo potranno vedere? La domanda resta aperta.


























