Una famiglia, anzi due intere generazioni, in musica. Padre, sorella, nipoti, figlie, ispirate dal pentagramma, quasi una catena inscindibile del Dna. In musica o in coro, esistenze comunque regolate dalle note. Antonella rappresenta un po’ il diapason della dinastia Bernardi. Nascita a Benevento, ma da sempre con radici profonde a Viterbo, insegnante al Liceo Musicale, direttrice di “Unicantus”, il coro dell’Università della Tuscia. Un curriculum che in pochi possono vantare, cinque lauree: psicologia, pianoforte e tre specializzazioni in canto, didattico, barocco.
“In realtà dovevo fare la ballerina e mi ritrovo musicista e maestra di coro quasi per caso. La mia insegnante un giorno mi disse: se vuoi suonare bene devi imparare a cantare. E così è andata. Mia sorella Liliana ha cominciato con il pianoforte e ora suona il violino a Santa Cecilia. Poi le figlie di mia sorella, una percussionista la piccola e violinista l’altra. Infine le mie figlie, la grande violinista, la piccola ballerina in una accademia a Berlino anche se è laureata in ingegneria informatica”.
Tutto merito di suo padre….
“Be’ insomma, lui insegnava all’Itis, aveva molto orecchio, era certo appassionato di musica, ma sapeva suonare solo il campanello di casa”.
Lei oggi cosa fa esattamente?
“Insegno a Viterbo al liceo musicale Santa Rosa, fondato dalla preside Maffucci, poi è subentrato il preside Ernestini. All’inizio insegnavo cinque materie, ora canto ed esercitazioni corali. Dirigo cori in tutta la provincia di Viterbo fin dal 1981, dalla scuola materna alla terza età, passando dalle elementari e dalle medie”.
Quanti studenti ospita il liceo viterbese?
“Un centinaio per un corso di cinque anni come tutti gli altri licei. Alla fine i diplomati possono iscriversi a qualsiasi università di qualsiasi indirizzo anche se quello più naturale sarebbe il conservatorio”.
Più maschi o più femmine?
“Più maschi. Arrivano soprattutto dalla provincia perché il maggior bacino di provenienza è costituito dalle bande cittadine, tanto è vero che gli strumenti preferiti sono quelli a fiato, anche se c’è chi sceglie la chitarra e il pianoforte”.
Parliamo del suo ruolo all’interno dell’università.
“Una vita fa c’era già un coro universitario, era morto. Lo abbiamo riportato in vita e devo dire che la risposta è stata buona. Innanzi tutto sotto il profilo dell’accoglienza: ci sono coristi che lavorano e studiano all’interno dell’ateneo, ma siamo aperti anche al territorio, tanto è vero che nel coro sono presenti insegnanti provenienti da altri istituti. I due terzi sono coristi universitari, il resto è esterno. Va bene così anche se ci aspettiamo una risposta ancora più importante. I sempre presenti alle prove sono dai venti ai venticinque, sette/otto hanno frequenza meno abituale”.
Anche in questo caso sono più uomini?
“No, più donne. Sembrerà strano, ma i maschi inizialmente si vergognano. Lo vedo anche al liceo, scoprono di avere una voce e cominciano a cantare in maniera convinta soltanto nel secondo quadrimestre. La stessa cosa accade all’università. Vabbe’. Io ho un sogno nel cassetto”.
Cioè?
“Ho diretto cori di tutti i tipi: solo al femminile, un ensemble con sei/dieci persone, concerti vinti, mi manca soltanto un coro al maschile. Sì, è un sogno nel cassetto perché con i maschi che si vergognano la vedo dura”.
Magari accadrà proprio all’università?
“Vedremo. “Unicantus” oggi si esibisce principalmente in occasioni istituzionali, come è avvenuto con la visita del presidente della Repubblica Mattarella, ma nulla vieta di essere presenti a iniziative esterne. Anzi. Speriamo di partecipare anche a concorsi di settore”.
Avete in programma l’allestimento di una stagione concertistica?
“Allora, il coro è nato da poco e al momento è amatoriale. In pochi conoscono la musica, gli altri hanno una buona intonazione, un buon orecchio, ma scarsa conoscenza musicale. Stiamo facendo un percorso di alfabetizzazione musicale. Quando ti proponi in pubblico devi sostenere un intero concerto di almeno 45 minuti e quindi offrire un prodotto di pregio altrimenti è meglio fare una scampagnata”.
Allo stato attuale?
“Abbiamo pronto quasi mezzo programma, contiamo il prossimo anno, di questi tempi, di poter allestire un intero concerto di qualità. L’unico problema è che il coro è formato soprattutto da giovani studenti che magari a fine corso se ne vanno e allora bisogna ricominciare con altri studenti. Una sorta di tela di Penelope”.
Il supporto di Unitus ovviamente è fondamentale.
“Certo. Ci offre l’auditorium, io ho fatto acquistare un pianoforte digitale, stole con i colori dell’università, cartelline nere con il nostro logo, una lavagna per lezioni di teoria”.
Anche una nuova bacchetta?
“No, quella che ho va benissimo”.


























