Restare viterbese suonando nel mondo: il percorso di Gianluca Saggini

di Rossella Cravero

Gianluca Saggini-cover

Dalla Scuola Musicale Comunale di Viterbo ai palcoscenici più prestigiosi del mondo, fino all’insegnamento: oggi Gianluca Saggini è docente di viola al Conservatorio di Siena, ma continua a vivere nella sua città. Un percorso che non nasce da un progetto di carriera, bensì da un’attitudine naturale che, col tempo, è diventata disciplina, lavoro, scelta di vita.

Maestro, la musica quando è entrata nella sua vita?
Per me la musica nasce come attitudine. Ho sempre avuto una facilità istintiva con gli strumenti musicali. Poi c’è stato un episodio decisivo: a sette anni sono stato male e ho passato due mesi in ospedale. Durante la degenza e la riabilitazione, mio zio Ettore – in modo molto semplice, amatoriale – mi insegnò a suonare la chitarra. È stato un inizio naturale, quotidiano.

Quindi la prima “scintilla” è stata la chitarra?
Sì. Ho anche foto da piccolissimo con la chitarra in mano. Era lo strumento più immediato, come ancora oggi lo è per la maggior parte dei ragazzi. Ricordo che la portavo a scuola alle elementari: il sabato, durante la ricreazione, cantavamo coi compagni di scuola. Quella è stata la mia prima vera introduzione alla musica.

E poi?
Mio padre comprò un pianoforte verticale. Suonavo a orecchio, senza conoscere davvero la musica. Quando venimmo a sapere della Scuola Musicale Comunale di Viterbo, feci l’esame di ammissione per entrare nella classe di pianoforte. Ma non mi presero: “non sa leggere la musica”. Ma proprio quel “no” ha aperto la strada alla mia storia musicale.

Ci racconti ?
L’insegnante di violoncello, che era in commissione all’ammissione, andò da mia madre e disse: “Suo figlio non esce da qui se non suona uno strumento”. Avevo tredici anni. Mi propose il violoncello, che non conoscevo affatto. Di fronte alla mia titubanza, mi suggerì la viola.
Aggiunse una considerazione molto concreta: “Sono sicuro che farà il musicista. Con la viola avrà più spazio nel modo lavorativo”. In quel momento storico quel concetto era esatto, ma già alle prime esperienze lavorative mi fu subito evidente che il livello si stava progressivamente alzando e che non sarebbe stato affatto facile aprirsi le porte giuste.

L’inizio però non è stato facile.
Per niente. L’approccio inziale a uno strumento ad arco è traumatico: se non sai esattamente come fare, non esce un suono, esce solo rumore. L’intonazione non c’è, non sai dove mettere le mani. Non mi piaceva, non volevo suonare la Viola.
Il direttore della scuola, il Maestro Zeno Scipioni, ebbe un’ottima intuizione: mi fece iniziare subito anche il corso di pianoforte complementare (obbligatorio nel vecchio ordinamento, ma più avanti), per non perdermi. Aveva ragione: mi ha dato tempo.

Quando si capisce che scatta qualcosa di diverso?
Quando inizi a capire come funziona lo strumento. È “l’appetito che vien mangiando”. Per puro caso cambiai insegnante, entrando nella classe del Maestro Giusto Cappone, e pian piano si sbloccò tutto. Alla fine ho imparato ad amare profondamente la viola. Oggi sono molto contento di quella scelta.
Anche se – lo dico sorridendo – il violoncello resta per me il re degli strumenti.

Il suo percorso di studi è legato a Viterbo?
Ho studiato alla Scuola Musicale Comunale di Viterbo e mi sono diplomato da privatista, sostenendo gli esami al Conservatorio dell’Aquila. Questo è stato il mio primissimo percorso formativo.

Il primo vero confronto fuori dalla provincia?
L’Orchestra Giovanile Italiana, nel 1995. È stato il primo grande salto fuori da Viterbo ed è stato fondamentale. Ti confronti con coetanei spesso più bravi di te: è scioccante, ma anche entusiasmante. Ti obbliga a crescere.
In quel contesto ho suonato con direttori straordinari come Sinopoli, Giulini, Muti. E il preparatore dell’orchestra, Angelo Faja, era durissimo, ma uno dei più grandi didatti che abbia mai incontrato.

Poi arriva Berlino…
Dopo il diploma sono stato a Berlino a studiare con una delle prime viole dei Berliner Philharmoniker, su suggerimento del Maestro Cappone: Wilfried Strehle, grandissimo insegnante. Lì gli orizzonti si allargano davvero: ambiente, metodo, livello. E capisci che il maestro conta, ma fino a un certo punto. La differenza la fa il lavoro personale e il confronto.
Stando a Viterbo, allora, non avevo molti termini di paragone. Andare fuori era vitale. Oggi lo vedo anche da insegnante: senza confronto si cresce meno.

E dopo arrivano le orchestre…
Nel 1999 ho vinto il concorso per prima viola nell’Orchestra Verdi di Milano, oggi Orchestra Sinfonica di Milano, in un momento di grande rinnovamento dell’orchestra, selezionato da Riccardo Chailly. Sono rimasto poco più di un anno: nello stesso periodo studiavo anche in Germania, ma conciliare le due cose era difficile. A un certo punto ho scelto di restare in Italia e continuare a lavorare, anche seguendo il consiglio del mio insegnante in Germania, Vladimir Mendelssohn, una scelta di cui non mi sono mai pentito. Da lì sono iniziate diverse altre collaborazioni, a seguito di audizioni (Arena di Verona, San Carlo di Napoli, Maggio Musicale Fiorentino, Filarmonica della Scala). Poi, nei primi anni Duemila, è arrivata l’esperienza con la Filarmonica Toscanini, l’Orchestra legata a Lorin Maazel a Parma, una realtà orchestrale di altissimo livello.

E la musica da camera?
Era un desiderio fortissimo. Nel 2004 entrai nel Quartetto Bernini: dodici anni intensissimi, di lavoro e di soddisfazioni enormi. Un’esperienza che mi ha formato profondamente. Così come sono stati fondamentali e formativi i quasi dieci anni passati come prima viola solista dei Solisti Aquilani, Orchestra da Camera di altissimo livello.

Se dovesse indicare l’esperienza più entusiasmante in assoluto?
Suonare con i Berliner Philharmoniker. È stato un sogno realizzato. È successo per caso: un violista dell’orchestra, Martin Stegner, invitato come ospite al Viola Fest di Cosenza, mi ascoltò durante un recital che feci in quel contesto e, mesi dopo, mi scrisse chiedendomi se volessi collaborare con loro.
Ricordo che quasi mi cadde il telefono dalle mani. Quando mi disse che forse non avrebbero pagato il viaggio, risposi: “Vengo anche in ginocchio.” (in realtà il viaggio lo pagavano, eccome!).
È un’orchestra che raramente chiama esterni, hanno l’Accademia Karajan che fa da vivaio, ma una maternità ed altre contingenze lo hanno reso necessario. Io ho avuto la fortuna di trovarmi nel posto giusto al momento giusto e,  evidentemente, ho suonato bene. È un privilegio che non dimenticherò mai.

Da anni lei si confronta anche con le nuove generazioni, come docente
Insegno dal 2010, sono di ruolo dal 2020. Ho vissuto dieci anni di precariato: spostamenti continui, graduatorie, incarichi persi e riconquistati. È stato stressante, soprattutto in momenti familiari delicati.
Ora sono a Siena: sto costruendo una classe, un percorso. Insegnare non è solo tecnica, è trasmettere un modo di stare nella musica.

Come sono i ragazzi oggi?
Faticano a gestire la frustrazione. Un “no”, una valutazione non positiva, la vivono come un ostacolo. Tendono a bloccarsi, hanno bisogno di essere rassicurati e accompagnati. La musica, come la vita, richiede la capacità di attraversare le difficoltà e farne occasione di crescita. Poi, naturalmente, tutto dipende dall’indole: non siamo tutti uguali.

Lei porta un cognome che a Viterbo richiama una storia diversa dalla Musica
È vero. Molti dicono che “ho sdirazzato”, perché non ho seguito le orme di mio padre. In realtà ho seguito la mia strada (come in realtà aveva anche fatto mio fratello inizialmente), assecondando le mie inclinazioni. Non c’è mai stato un destino scritto.

Anche lei comunque ha scelto di restare qui.
Qualche volta ho pensato di trasferirmi, ma in realtà non ho mai sentito la necessità di andare via. Sto bene a Viterbo. Non è solo una questione affettiva: trovo che la provincia sia più a misura d’uomo, soprattutto per crescere i figli. La grande città è più complessa, più dispersiva; tra scuola, spostamenti e attività quotidiane, tutto diventa più complicato. Qui, invece, c’è una dimensione più gestibile, che per me ha sempre fatto la differenza.

Viterbo ha avuto modo di poter apprezzare la sua musica.
Sì. Ho portato I Solisti Aquilani due volte e abbiamo riempito sia il Duomo che il teatro.

Da musicista, cosa vorrebbe per Viterbo?
Mi piacerebbe una stagione sinfonica, magari un’orchestra. So che è difficile e che ci sono altre priorità. Ma il potenziale è enorme. Sarebbe magnifico. Però sono anche consapevole che, al momento, si tratta di un progetto difficile da realizzare. Per avviare un’iniziativa del genere servirebbe un investimento iniziale importante da parte del Comune. E oggi, comprensibilmente, ci sono altre priorità.
La musica è fondamentale, certo, ma prima di tutto servirebbe una visione complessiva sulla città. Penso soprattutto al centro storico: il suo recupero dovrebbe essere la priorità assoluta. Un recupero globale, studiato a tavolino con un urbanista, con una progettualità chiara e condivisa.
Il centro storico di Viterbo è straordinario: con il Quartetto Bernini e Giovanni Sollima abbiamo registrato un disco qui, sotto il Conclave, in una sala meravigliosa. Era il Quintetto di Schubert, uno dei capolavori assoluti della musica da camera. Sollima, arrivato in piazza San Lorenzo, rimase a bocca aperta: disse: “Voglio venire a vivere qui”. Questo dimostra quanto potenziale ci sia. Prima si restituisce vita e dignità al centro storico, poi si può pensare anche a un teatro pienamente attivo, a una stagione sinfonica, ad attività culturali.

Oltre alle antiche mura di Viterbo, nella sua vita c’è un altro frammento di storia preziosissimo: il suo strumento.
E’ una viola milanese di fine Seicento, precedentemente appartenuta a un grande violista. Gli strumenti antichi hanno una personalità fortissima: non ti regalano nulla. Se li suoni nel modo sbagliato non ti restituiscono ciò che potrebbero dare. Non sono semplicemente “più difficili”, ma richiedono empatia: suonare è un gesto fisico e, solo se l’arco tocca la corda nel modo giusto, lo strumento risponde. Sta al musicista saper dosare peso, velocità, intenzione. Quando si crea questa alchimia, però, il risultato è straordinario. C’è una differenza sensibile tra il suono di uno strumento antico e quello moderno: il moderno può apparire più immediato, più brillante, ma l’antico ha una voce che entra dentro, vibra nello stomaco. È qualcosa che per chi lo suona è ancora più intenso che per chi ascolta. La differenza tra uno strumento antico e uno moderno, alla fine, è tutta nel tempo che porta dentro.
Forse vale anche per le città. Viterbo ha tempo, storia, voce. Serve solo che torni a risuonare nel modo giusto.

Fuori dai palcoscenici e dalle grandi orchestre, Gianluca Saggini resta legato a una geografia precisa: Viterbo come casa, il mondo come campo di lavoro, la viola come identità.
E se la musica, dice, ha ancora un compito, “è quello di educare all’ascolto: degli altri e dei luoghi che abitiamo”.

Gianluca Saggini-dentro

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