Pietre d’inciampo: da qui hanno portato via mio nonno

pietre d'inciampo in via della Verità Viterbo

Emanuele Vittorio Anticoli, Letizia Anticoli, Angelo Di Porto. Tre ebrei, viterbesi, deportati ad Auschwitz nel 1944 e mai più tornati. La mattina dell’8 gennaio in via della Verità a Viterbo, è stata restituita a loro una dignità, dopo tanti anni, troppi, grazie all’artista tedesco Gunter Demnig che ha ideato e installato, proprio sotto al portone della casa da cui furono prelevati, le tre pietre d’inciampo in loro memoria.

L’intervento più toccante è stato, senza dubbio quello del nipote di Angelo Di Porto: “In questa casa, abitava il mio  bisnonno Emanuele con la figlia Letizia, mio nonno Angelo e mio padre Simone Di Porto che aveva 5 anni, facevano gli ambulanti ma con il tempo decisero di aprire un negozio in Via Saffi che poi però, con le leggi razziali, furono costretti a chiudere; è stato un breve periodo perché vennero poi deportati”

Nella memoria della famiglia Di Porto, questa storia è, e rimarrà sempre viva anche se i racconti del piccolo Simone sono stati confusi, da quanto ha detto il figlio, ma soprattutto, aggiunge: “Mio padre è sempre stato restio nel raccontare e nel ricordare il passato della sua famiglia: quasi come se si  vergognasse nell’essere rimasto orfano. Si sentiva in colpa per non aver potuto far conoscere i nonni ai suoi figli; con il passare degli anni, quando ero adolescente e capitava di discutere, mi ripeteva che dovevo ritenermi fortunato perché avevo dei genitori che mi seguivano, ed io, ingenuamente, gli rispondevo che era stato lui quello sfortunato!”

Simone Di Porto deve la sua vita alla donna che lo portò in salvo, rischiando di essere uccisa, nascondendolo nell’armadio di casa sua, Rita Orlandi, una signora simbolo di generosità e amore che ha cresciuto il bambino come se fosse figlio suo, salvandolo dai lager ai quali era destinato in quanto ebreo.

L’aria che si è potuta respirare questa mattina era piena di speranza, di soddisfazione ma soprattutto di giustizia, una giustizia arrivata forse troppo tardi ma che ha fatto scaturire in tutti i presenti la voglia di ricordare, di non dimenticare tutte le persone innocenti che sono morte nel passato ma che, grazie a questo progetto in collaborazione con l’Università degli studi della Tuscia, oggi possono ritornare a vivere come degli esseri umani e non più come numeri tatuati sulla loro stessa pelle.

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