Charles, cinque anni detto Cico, si rotola su un tappeto duellando con un micio rosso. Maddie, due, se ne sta accovacciata su un divano lisciando un gattino di peluche. La giovane mamma, incarnato color oliva e occhi neri come l’ebano, se li accarezza con lo sguardo mentre svolge il suo racconto intercalando le parole tra italiano ed inglese. Una testimonianza diretta più che un racconto in altalena tra momenti di orrore e paura, speranza e sconforto. Mina, è il nome di fantasia scelto proprio da lei, è una figlia dell’Iran, nata a dieci anni esatti dalla caduta dello Shah Reza Pahlavi, adolescenza e gioventù sotto Khamenei, da qualche anno in Italia, nella nostra provincia dove vive con il compagno David, gallese di Cardiff, impiegato presso una ditta locale di import-export. “Di questi tempi – premette Mina – meglio non parlare troppo della mia vita privata e della mia identità. Lei può capire”. Dolore ed emozione nel ripercorrere gli ultimi due mesi vissuti a Teheran: la sollevazione di centinaia di migliaia di persone, la repressione, i morti per le strade, le crudeltà del regime, la fuga rocambolesca insieme ai bambini, il ritorno in Italia.
“Sono arrivata con Cico e Maddie a Teheran il 10 dicembre, sono tornata in Italia il primo febbraio. Avevo già prenotato il ritorno con una compagnia europea, ma dopo alcuni giorni tutti i voli sono stati cancellati. Le manifestazioni sono iniziate con i negozianti dei bazar, poi si sono estese a livello nazionale, coinvolgendo la popolazione, le università e diverse categorie sociali. La polizia fotografava gli organizzatori e fermava i leader. I giorni più terribili sono stati quelli dell’8 e 9 gennaio dopo che il figlio dello Shah è apparso sulle tv satellitari sollecitando la gente a scendere in piazza. Già dal primo gennaio internet e le comunicazioni telefoniche erano state bloccate. Non riuscivamo più a sapere cosa stesse accadendo nel Paese se non dalle emittenti satellitari che evidentemente non erano in mano al governo anche se tanti ricevitori furono individuati e sequestrati dalla polizia. Però su ottanta milioni di iraniani è difficile riuscire a spegnere tutto”.
E lei non è più riuscita a mettersi in contatto con il suo compagno in Italia?
“Per otto giorni non è stato possibile. Zero. Poi un amico mi ha suggerito di scrivere una e-mail, avrebbe pensato lui a farla arrivare a David tramite la rete Starlink di Elon Musk che non si poteva avere, perché se lo scoprivano il rischio era 15 anni di prigione. Ma, per favore, non mi faccia dire di più. “Io e i bambini stiamo bene”, scrissi al mio compagno” per tranquillizzarlo. Siamo rimasti chiusi in casa fino al 10 gennaio. Siamo usciti di nuovo la mattina dell’11”.
E fuori cosa accadeva?
“La mattina tutto era abbastanza tranquillo, la protesta iniziava nel pomeriggio, tutti i pomeriggi, insieme agli spari e tanta gente che dalle finestre gridava “Basta con questo regime”. Le notti, quelle dell’8 e 9 gennaio, sembravano un campo di battaglia. Cico aveva paura, io gli dicevo “Cico è un gioco”, ma lui ribatteva “no, questa è guerra”, si sdraiava su un tappeto e metteva le braccine intorno alla testa per ripararsi”.
Mina, ha assistito personalmente a qualcosa di drammatico?
“Purtroppo sì. A un marito di una mia vicina la polizia ha spezzato le gambe con un manganello. Eppure non partecipava ad alcuna manifestazione, stava semplicemente tornando a casa. In quelle due notti terribili in terra c’erano tanti, tanti morti. Ogni famiglia aveva un parente ucciso o in prigione”.
In quei momenti ha perso la speranza di tornare in Italia?
“Sì certo. Certo. Pensavo, dovrò restare qui almeno sei mesi”.
Invece ci è riuscita insieme ai suoi bambini. Come ha fatto?
“Quando gli americani hanno minacciato di attaccare l’Iran, è stato chiuso lo spazio aereo. Per la precisione lo hanno chiuso e aperto per due volte. Ho atteso una finestra per prendere un volo senza rischi, ma soltanto grazie a un’amica impiegata presso un’agenzia viaggi che il 27 gennaio riuscì ad infilare me i miei bambini su un aereo di una compagnia iraniana, riservato ad alte personalità politiche e di governo, diretto a Istanbul dove siamo arrivati e rimasti per quattro giorni. Il primo febbraio siamo tornati in Italia, nella nostra casa. Ora sto cercando di cancellare pian piano il ricordo di quei bruttissimi giorni, Cico non ha più paura, Maddie probabilmente non si è accorta di nulla”.
Adesso può nuovamente parlare con l’Iran?
“Abbastanza bene, soprattutto con il telefono”.
E cosa le dicono?
“All’esterno la situazione è tornata normale, ma la gente è arrabbiata e triste. Più di 35.000 morti, secondo le fonti più attendibili, oltre moltissimi feriti che potrebbero essere uccisi”.
Cioè?
“Spesso, per la polizia, essere ferito significava aver partecipato alle manifestazioni di piazza. Una mia amica che lavora in un ospedale mi ha confidato che al pronto soccorso vi erano persone in borghese che all’arrivo dei feriti registravano la loro identità e poi magari li facevano trasferire in prigione. Questa mia amica talvolta faceva finta di non riscontrare una ferita di arma da fuoco o la diagnosticava come un segno lasciato da un cacciavite o da un attrezzo di lavoro. In Iran è noto che i metodi delle guardie rivoluzionarie dell’IRCG siano particolarmente brutali”.
Ora in Iran c’è più rassegnazione o più speranza?
“Si dice che la polizia sia rafforzata da mercenari stranieri, provenienti da Iraq e Afghanistan. Si dice cinquecento euro al giorno per ognuno di loro. Purtroppo per un cambiamento serve un aiuto esterno perché chi oggi governa a Teheran non se ne andrà”.
























