M’arìcordo…….”L’osteria di Gigge del Bravo” di Ostelvio Celestini

L’osteria di Gigge del Bravo

Dopo la chiusura del Caffè di Larione in via Sant’Andrea agli uomini e ai giovani di Pianoscarano per ritrovarsi, dopo il lavoro giornaliero o nei giorno di festa, non rimanevano che le osterie o le fraschette.
L’osteria più famosa e frequentata era quella di Gigge del Bravo vicino all’antica fontana.
Da ragazzino, venivo spesso incaricato da mia madre della compera del vino. Una volta, bottiglia nella mano destra e moneta spicciola nella sinistra, dimenticando le raccomandazioni rivoltemi di stare attento nel camminare, sono uscito dal portone di casa. Ho visto un amico che andava in senso contrario al mio e ci siamo messi a parlare. Avendo fretta tutti e due, camminando all’indietro ed alzando il tono di voce perché ci allontanavamo, volendo continuare il discorso iniziato, ma esso si interruppe, bruscamente davanti alla stalla di Peppe il Padovano in via della Fontana.
Sono caduto, ho rotto la bottiglia, sui cocci ho messo la mano sinistra, ho perduto i soldi spiccioli, mi hanno portato in ospedale dove mi hanno suturato la ferita con cinque punti.
I miei genitori, preoccupati di quanto accaduto, mi hanno fatto capire tutto con lo sguardo ma non mi hanno sgridato. Io però non mi rassegnavo: la colpa di quell’incidente non era mia. Era di Peppe il Padovano che aveva lasciato fuori dalla stalla il carretto con le stanghe a terra, lui era il responsabile della mia caduta.
Quando entravo nell’osteria, vedevo Gigge del Bravo che serviva quarti, mezzi litri, litri di vino, gassose, birre, acqua di seltz, con lo straccio puliva i tavoli, vi metteva sopra i bicchieri lavati e ritirava quelli sporchi. Ogni tanto scendeva nella vicina cantina con due “quartaroni” (quartaroni, recipienti con la capacità di 14,585 litri) per riempirli e soddisfare le richieste degli assetati avventori che, seduti intorno ai tavoli, parlavano tra di loro dei problemi giornalieri, di lavoro o giocavano a carte a briscola, scopa e tresette.
Una volta accadde che quattro amici si misero a giocare a scopa, stabilendo che chi perdeva due volte nelle tre partite avrebbe dovuto pagare una “fojetta” (mezzo litro di vino).
Passarono delle ore, le partite si susseguivano e tante furono le “fojette” che passarono dalla bocca dei giocatori.
Uno non riusciva a capacitarsi per come aveva perso l’ultima partita e diceva, guardando le carte con gli occhi semichiusi:
“Toto ha detto paro su le mano…ho butto n’ tre…cusì no’ spariggiamo….’nvece …. scopa Gino….e noe pagamo.”
(Antonio ha detto che aveva le carte con il valore pari….io ho buttato una carta con valore tre….così il valore non diventa dispari….invece Gino fa scopa…e noi abbiamo perso)
Checco, dopo aver sfottuto i giocatori perdenti e paganti tante  “fojette” , consigliò tutti, lui compreso, di smettere di giocare perché, se dentro l’osteria ci fosse stata una pianta, tutte quelle “fojette” non avrebbe più saputo dove attaccarle.  Sarebbe stato meglio rimanere seduti ed aspettare che il vino avesse limitato i suoi effetti in modo da presentarsi a casa in uno stato piu decente e far diminuire i rimbrotti delle mogli.
Ad una certa ora della sera, qualche moglie andava a ritirare il marito in osteria per sostenerlo, perché barcollante per una  buona sbornia e condurlo a casa. La lite tra marito e moglie, per questo motivo, era ascoltata da tutto il vicinato ed era oggetto di discussione tra le comari il giorno dopo.

 

  • Il racconto è tratto dal libro M’aricordo…Piascarano che fu (dal 1938 al 1988)
  • Prossimo racconto il 25 novembre 2020

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