Luca Storri quando la luce riscrive la storia: l’Abbazia di Santa Maria in Falleri

di Luciano Costantini

“La cosa che amo di più in assoluto è fermare le emozioni attraverso i miei scatti…”. La frase che compare sul sito di Luca Storri, 40 anni, fotografo da Fabrica di Roma, non rende merito al personaggio che non è semplicemente un professionista dello shooting, ma uno “storico della luce”. Studioso di quella storia che viene da lontano, dai secoli bui del Medioevo, un periodo che andrebbe invece legittimamente rivalutato. E illuminato. “Amo la luce e la storia, per essere più precisi”, premette alla chiacchierata che avviene nel suo studio, in compagnia di Sandro Sciosci, anch’egli appassionato perso di storia, di ogni epoca, di ogni terra, di ogni avvenimento. “Io più interessato alla simbologia, Sandro più alla scienza”, spiega. Insieme condividono da anni ormai un unico, grande amore che si chiama Falerii, antica città etrusca, a metà strada tra Fabrica e Civita Castellana, che conserva uno dei più preziosi esempi di architettura cistercense, la abbazia di Santa Maria, XII° secolo. “La cui abside è un condensato unico di scienza e conoscenza”. Luca non nasce fotografo: “Sono laureato in giurisprudenza, ho svolto pratica di avvocato a Viterbo, ho esercitato per un anno e mezzo a Roma. Poi ho abbandonato la carriera forense per sentirmi più libero di dedicarmi alla ricerca storica e al mondo della simbologia, cercando di dare ad essa un corretto significato”.

Prevale l’interesse storico o quello per la fotografia?

“Se dovessi scegliere trascorrerei la mia vita in mezzo agli scavi in qualche parte del mondo. Ma non si può. La fotografia è un hobby che coltivo dall’età di otto anni, direi di essere nato con la pellicola, la storia invece penso sia nel mio Dna”.

Parliamo della abbazia di Santa Maria in Falleri e della scoperta della luce del sole che, in alcuni giorni dell’anno, vi penetra con incredibile precisione, illuminando particolari simbolici della chiesa.     

“Tutto è nato dallo studio degli ordini dei Templari e dei Cistercensi legato al fenomeno della luce, appunto. Ho scoperto che c’è un nesso strettissimo tra il sole con il calendario liturgico che si riscontra nella Regola del Tempio di San Bernardo di Chiaravalle”.

E cioè?

“I Cistercensi non avevano un calendario e orientavano l’edificazione delle chiese in base al sole. Trasponevano il percorso del sole, durante l’anno, all’interno dei templi. Perché? Chi controllava il calendario, evidentemente controllava un po’ tutto, non soltanto le festività religiose. Chi aveva il potere poteva massimizzare i profitti, per esempio, quando far uscire il bestiame, quando farlo rientrare, quando e come operare con le colture e i commerci. Insomma, erano le chiese a fissare il calendario degli uomini. L’ho scoperto e mi sono accorto che il sole aveva una funzione precisa sia al mattino che al tramonto, in base a un chiaro movimento a pendolo”. “Il 22 giugno – spiega Sandro Sciosci – nel solstizio d’estate il sole entra dalla monofora a nord est della chiesa di Falerii, il giorno successivo comincia a spostarsi fino a settembre, equinozio d’autunno. Infine arriva all’equinozio d’inverno. Così per l’intero anno. Un fenomeno eccezionale, spettacolare. Anche se bisogna distinguere tra fenomeni voluti dai monaci e quelli casuali. A Falerii il fenomeno è tutto assolutamente intenzionale”.

Un lavoro di squadra tra lei e Sandro…

“Sandro ha scoperto il gioco astronomico della luce all’interno della chiesa, io sono riuscito a spiegarne il significato simbolico e liturgico. Lo schema di costruzione è uguale per tutte le basiliche cistercensi per l’intera Europa. Nella Tuscia, oltre a quella di Falerii, c’è quella di San Martino. Abside a Est, navata di sinistra a Nord, convento a Sud”.

Quanto tempo è durata la ricerca?

“Per me e Sandro, almeno tre anni. Tutte le mattine per ogni alba che segnava il calendario. Abbiamo seguito i giochi di luce cercando di capire anche la funzione del rosone della chiesa. Il simbolo della rosa è un elemento importante dei tempi quando esisteva unicamente la Canina, come ai tempi di Santa Rosa. La ritroviamo a Falerii. Quattro foglie per simboleggiare la nascita, l’evolversi, il culmine, la morte. La rosa Canina è semplicemente il simbolo di Maria”.

La ricerca su Falerii è terminata?

“A livello di studio liturgico sì. Sono stato lì tante mattine e nel Medioevo, ogni messa durava tre ore… Ora ci sarebbe da capire il sistema dei pianeti in epoca circestense. D’accordo, i monaci utilizzavano le loro chiese come calendario e anche per fare profitti, però sono convinto che certi fenomeni legati al cammino del sole nascondessero qualcosa a livello planetario. Per esempio, la loro influenza in medicina, come marcatori temporali. Cosa esattamente al momento non riuscirei a spiegarlo. Servirebbe una mappa astronomica seria e tanto tempo. Ma questa è un’altra partita, magari tutta da giocare”.

 

 

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