Elena Mozzetta, la bellezza della Tuscia ha scelto me

elena mozzetta

Elena Mozzetta, un’artista amante dell’arte nella sua espressione plateale e scenica. 56 anni nata in un paesino laziale della provincia di Roma, San Polo dei Cavalieri, ha vissuto un decennio girando il mondo, portando nella Tuscia il suo respiro internazionale. Il visitare il territorio ne fissa il break ad Arlena di Castro, luogo dell’Alto Lazio che merita di essere conosciuto e apprezzato. Per lei un ritrovare e un ritrovarsi e decidere di restare per provare a fare qui, quello che forse aveva desiderato per tanto tempo, godendosi quell’unicum reso dall’affascinante integrazione tra il paesaggio naturale e il suo incedere  lento. Nemmeno 1000 abitanti.

Com’è stato l’incontro con questo territorio?

Gli incontri della mia vita sono stati sempre mossi dalla bellezza. Il primo in assoluto è stato con una funanbola. Attraversava la piazza del piccolo paese in cui sono nata , leggera e bella come una farfalla, passo dopo passo su una corda tesa verso il cielo. Avevo forse 4 anni e ho iniziato a sognare di avere due ali. Il secondo è stato con “Il milione”, spettacolo storico dell’OdinTeatret che mi ha dato quelle ali che cercavo e mi ha spinto a cercare la mia strada e andare via dalla Roma degli anni ‘80. Bellissima ma un po’ pacchiana e provinciale. Poi quando ho dovuto scegliere un posto per dare radici ai miei figli, dopo aver tanto girato , mi sono ritrovata a Tuscania. E la bellezza della campagna di Arlena di Castro ha scelto me. Qui vivo ora dal 2004.

L’albero che non dà frutti è essenziale nella città senza ossigeno”. E’  una sua frase, cosa vuole dire?

La frase veramente è di Eugenio Barba e apre il suo libro”La corsa dei contrari” che io mi tengo da una vita sul comodino.E’ una frase che risponde a chi dice che solo chi produce ha diritto di esistere. E’ una frase che cito spesso ed è la mia regola aurea. Musica e teatro non sono necessari ma diventano spesso vitali. Mi permettono di trovare un linguaggio “altro” per poter entrare lì dove le parole non possono esistere  o addirittura non sono mai esistite.

Musicista, attrice e regista, dopo gli studi al Conservatorio inizia la sua formazione teatrale presso l’Odin teatret di Danimarca. Partecipa a diverse rassegne teatrali in Europa e sud-America. Puntava a divenire un’artista internazionale?

Assolutamente no! Ho sempre puntato ad iniziare e finire un progetto, poi se il luogo è Bogotà o Forlì non ha alcuna importanza. Se per internazionale intendi essere aperta al mondo, a quello che succede, a quello che gli altri stanno facendo, ecco, questo mi appartiene .

Il teatro: la messa in scena di spettacoli e allestimenti,  risolutivo per poi virare verso altro. Riprende in mano la sua specializzazione in pedagogia a Venezia alla Cà Foscari e inizia la sua esperienza nelle scuole, il teatro per i ragazzi. Ci racconti..

I figli mi hanno portato a questo, io dico sempre che è stata un dovere educativo e un dovere verso il teatro: educare alla visione, educare alla scelta, al riconoscimento della bellezza. Inoltre conosci un luogo solo se lo vivi e a me occorreva entrare nel mondo dei bambini, dei ragazzi per poterlo capire e interpretarne i bisogni. Inoltre quello che trovavo nelle scuole era un teatro fatto di messa a memoria e messa a punto, di luoghi comuni, Sempre sentivo dire che i bambini devono fare teatro per essere più spigliati e questo mi irritava non poco. Il teatro non serve, il teatro è. Nel laboratorio teatrale, che dura l’intero anno scolastico si creano relazioni, forti, consapevoli e durature. Il teatro crea condivisione.

La  sperimentazione  di “suonare le parole”  ai giovani studenti. Il lavoro sul ritmo con i ragazzi diversabili, cosa trasmette e le trasmette?

Il corpo, e in particolare il corpo dei ragazzi è sede di contraddizione ( pensiamo alla voce di un adolescente), di azione,  di positività e di negatività.

Nel corpo si evidenziano le difficoltà di tutti. L’obiettivo del laboratorio sul ritmo è quello di  andare oltre la parola, oltre il significato e sviluppare un’analisi ‘vera’ che passando attraverso il corpo arrriva dentro l’animo dei ragazzi.

Dal training fisico, che livellando le differenze tra comportamenti ‘normali’ e non, dona forza a tutto il gruppo come un “unicum”, e attraverso giochi d’improvvisazione, emergono  i vissuti individuali, le emozioni, gli eccessi e le follie personali. Una di queste stranezze ad esempio èproprio la ecolalia .Le parole nella ecolalia hanno un peso, una storia, che solo entrandoci dentro fisicamente le si comprende.Hanno respiro, hanno suono, hanno ritmo. Ho lavorato un anno sull’ecolalia di in ragazzo Autistico con un gruppo integrato.         

In particolare la ricerca sull’ecolalia come linguaggio di bisogno e di creatività nell’autismo, ce ne parli..

Mi sono sempre chiesta se un bisogno può entrare in un gesto rappresentativo. La ricerca sulla ecolalia (disturbo del linguaggio che consiste nel ripetere involontariamente, come un’eco, parole o frasi pronunciate da altre persone ndr.) è passata attraverso il lavoro teatrale con i ragazzi  ed è partita proprio  dal bisogno di un ragazzo autistico di stare con gli altri, così,  semplicemente come lui era, con quel suo buffo linguaggio fatto di  parole ripetute  fino allo stremo. Il lavoro parte  da parole ecolaliche e le trasforma in ritmo, in gesti, in danze . Vi è una sorta di azzeramento,  fino al silenzio, mettendo alla prova la propria capacità di ascoltare al di là dei suoni delle parole.

Il silenzio non è mai mancanza, è una richiesta, una pretesa di ascolto e soprattutto è la manifestazione della propria presenza. Poi si cerca di individuare e  entrare nelle parole degli altri, ecolaliche, straniere  fino ad assumerle  su di sé, alla stregua di una maschera da indossare e imitare sino al parossismo.Ciò  che si ha di fronte non è più il compagno ma come in un gioco di rispecchiamento, ci si trova di fronte al “proprio doppio e da un’iniziale posizione egocentrica, si deve poter “entrare nell’altro per conoscerlo, ascoltarlo e osservarlo”L’ecolalia non scompare ma si è trasforma in “ malleabilità  creativa”.

Con lo scultore  suo compagno Michele Thorsten  fonda  nel 2006 “La Chiocciola”, laboratori teatrali  per bambini,  adolescenti, adulti. Inizia la concretizzazione di un legame con la Tuscia di cui è soddisfatta?

La chiocciola ha una grande storia ha iniziato  con i laboratori di teatro e musica e ha in atto molti progetti e molte collaborazioni anche con la Germania. La scorsa estate abbiamo avuto una master class di improvvisazione Jazz con maestri tedeschi ed Ungheresi…sicuramente la ripeteremo questa estate .Direi che siamo soddisfatti.

Alla Banditella avete sviluppato una mostra permanente di artisti della Tuscia.Come risponde il territorio viterbese a questo progetto? C’è  risposta? Chi mostra maggiore interesse?

Stiamo lavorando per  poter  far conoscere il potenziale della Banditella che è un posto magnifico e accogliente.Molti sono i turisti in cerca di Vacanze d’arte  e  soprattutto molti stranieri.

I prossimi programmi?

Una orchestra stabile …Un festival di  danceabilty …   ma soprattutto uno spettacolo su Mozart bambino!

 

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