Tuscia in Pillole. Alla scoperta di Gradi/2

di Vincenzo Ceniti*

chiesa di Santa Maria in Gradi-interno

Dalla piccola Cappella del Sacro Cuore eretta a Viterbo su uno sperone roccioso a quattro passi da porta Romana, all’attuale complesso monumentale di Santa Maria in Gradi, oggi presidio dell’Università della Tuscia, ci corrono oltre otto secoli di storia in cui è successo di tutto, guerre, distruzioni, ricostruzioni, trasformazioni, arrivi e presenze di vip  più o meno graditi, tra monaci, santi,  imperatori, soldatesche, invasori, intellettuali, artisti di varie formazioni e soprattutto una folla di detenuti che l’hanno abitato per oltre cent’anni, dal 1883 alla fine degli anni Novanta, quando,  l’immobile, con chiesa, chiostri e convento, era destinato a casa circondariale di Viterbo, prima del trasferimento in altra struttura.

In questo percorso avventuroso, è di rara utilità la pubblicazione “Un esperimento di riforma carceraria” (sottotitolo Santa Maria in Gradi e l’opera di Vincenzo Marolda) a cura di Cristina Marolda e Gilda Nicolai (ed. Archeoares 2024). Documenti, testimonianze e foto in bianco e nero, riguardano un periodo ben definito, dal 1956 al 1957, quando era direttore del carcere Vincenzo Marolda, uomo illuminato di sano lignaggio lucano.

A lui si devono importanti lavori di ristrutturazione dell’edificio carcerario per  rendere gli spazi di detenzione “rispettosi della dignità umana e a consolidare le attività formative e di aggregazione”, come si legge nella quarta di copertina del libro. Temi di grande attualità ai giorni nostri e pertanto meritevoli di esser ricordati.

Vennero potenziati alcuni servizi essenziali; mensa, cucina, ambulatori (anche  una sala operatoria) e favorite varie attività lavorative,  sociali, culturali, religiose e sportive. A Marolda si deve pure la bonifica, in quegli anni, delle celle e dei locali comuni corrosi dall’umidità.

I detenuti vennero organicamente inseriti in un processo più funzionale di lavori artigianali in spazi adeguati, come l’interno della grande chiesa (peraltro gravemente danneggiata dai bombardamenti dell’ultima guerra mondiale) destinata a opificio di tintoria, falegnameria, legatoria,  tessitura, sartoria, lavanderia e altro, tutti volti alla rieducazione della pena, cui accudivano detenuti peraltro retribuiti..

Personalmente ricordo di aver utilizzato i servizi della sartoria (che provvedeva anche a commissioni esterne) e in qualità di direttore dell’allora Ente del Turismo di aver organizzato alcuni spettacoli teatrali nel locale adibito anche a cinema. Ho ancora presente  l’ordine di accesso in sala dei detenuti, regolato dagli agenti di custodia, cui seguiva separatamente quello delle donne.  Mi colpì lo sguardo severo di una di loro, che conoscevo di vista, impastato di rabbia e rassegnazione. E ricordo il  lavoro che facevano gli addetti all’orto sistemato negli  spazi  oggi destinati a  parcheggio dell’Università. Così come  la compostezza e partecipazione di alcuni detenuti alle messe di Pasqua (nel chiostro gotico) e di Natale (nella cappella, ora Aula Magna) cui venivano ammessi anche gli esterni.

Va ricordato che come appendice del complesso monumentale di Santa Maria in Gradi si trova davanti al cancello d’ingresso il rudere della Domus Dei in desolante abbandono che esercitò per un lungo periodo, al tempo dei Domenicani, le funzione di Hospitale, luogo di accoglienza ed assistenza per forestieri e pellegrini. Portò avanti la sua funzione fino  alla metà del Cinquecento, quando le piccole ed analoghe strutture sparse in città (se ne contavano allora una ventina) vennero riunite in un unico complesso sul colle del Duomo, conosciuto a Viterbo come ex Ospedale Grande  degli Infermi. Da allora la Domus Dei si limitò solo all’accoglienza dei pellegrini e dei poveri,  anche se nell’epidemia di colera del 1837 tornò a esercitare funzioni di assistenza come lazzaretto.

Nella foto, l’interno della chiesa di Santa Maria in Gradi

 

L’autore* 

ceniti

Console di Viterbo del Touring Club Italiano. Direttore per oltre trent’anni dell’Ente Provinciale per il Turismo di Viterbo (poi Apt). È autore di varie monografie sul turismo e di articoli per riviste e quotidiani. Collabora con organismi e associazioni per iniziative promo-culturali. Un grande conoscitore della Tuscia.

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