Quando la mattina ti svegli con un enorme senso di impotenza, e non vuoi che sia completamente sterile, non puoi che provare a metterti a scrivere, a raccontare, a dar voce, per quelle che sono le tue minuscole possibilità, a quello che hai sentito.
Nel pomeriggio di venerdì 13 febbraio, al foyer del teatro dell’Unione ho ascoltato le testimonianze, incredibili, atroci, di alcuni sopravvissuti.
Sopravvissuti a un traffico di migranti di Stato.
L’incontro dal titolo State Trafficking, voluto e organizzato da Arci Viterbo, con il patrocinio del Comune, ha raccontato l’espulsione e la vendita dei migranti fra Tunisia e Libia.
Ma non legata ai trafficanti che immaginiamo, bensì a un ben organizzato business di Stato che vede coinvolte polizia e forze dell’ordine di quei Paesi.
Migranti, sarebbero Persone, arrestate in Tunisia e vendute ai libici in cambio di barili o forse taniche di benzina, droga e denaro.
La Libia li rivenderà a sua volta.
Immaginate delle grandi gabbie, le chiamano grilles, nel deserto sul confine tra i due Stati, grandi da contenere molte persone, ma abbastanza basse da sbatterci la testa e doverla tenere abbassata per non restare impigliati in delle specie di uncini sporgenti.
Immaginate di essere arrestati in Tunisia e portati lì, scaraventati lì, lì dover urinare e defecare, non avere niente da mangiare se non un po’ di pane e formaggio, una volta al giorno, poter bere solo l’acqua dei cammelli.
Lì dovere assistere alle violenze e agli stupri delle donne, spesso madri, mogli, sorelle, figli.
Se le donne si volevano lavare dovevano farlo davanti a tutti. Dice la testimone che hanno deciso di non lavarsi per tutto il tempo che sono state lì, ventidue giorni.
Essere stati lasciati sotto il sole (quello africano) per tutto il giorno prima di essere trasferiti nelle gabbie.
Essere picchiati, bastonati, picchiati, bastonati, picchiati bastonati.
Mi ricordo quando sono stata in visita ad Auschwitz: vedendo le baracche dove erano tenuti in vita gli internati ricordo di aver pensato, oddio poveri, era meglio morire invece che bersi la diarrea di quelli, che malati di dissenteria, stavano nei tavolati superiori, e infatti anche questi qua pensano che sarebbe meglio cento volte morire in mare piuttosto che sottostare a questa tortura continua.
Poi sono venduti ai libici, buttati nei loro centri accoglienza, altri inferni chiamati con un nome diverso. I libici possono chiedere il riscatto del migrante alle famiglie di origine se ci riescono, anche più di una volta. E le famiglie, vedendo le foto dei figli martoriati, vendono i pochi beni che hanno; spesso le madri, non avendo altro, il proprio corpo.
Le donne vengono avviate alla prostituzione, spesso con la promessa di poter comprare la loro libertà. In genere è solo una promessa, lo devono fare e basta.
Una vera e propria tratta degli schiavi.
Ma non erano finiti quei tempi? Non erano solo nei film e nella letteratura?
Quei testimoni, tre giovani uomini e una giovane donna, hanno fatto palpitare di sdegno, empatia, pietà, commozione, rispetto, impotenza, i muri del foyer del teatro dell’Unione che non ospitava uno spettacolo, ma il racconto di storie vere dalla bocca dei protagonisti. Uno di loro ha detto: “Ci vedete qui a parlare e sembrano racconti invece sono le nostre storie, sono verità”, sembrava impossibile che quelle cose atroci fossero state vissute da quelle persone, ben vestite, pettinate, se si alzavano dal tavolo dei relatori potevano essere partecipanti come noi, non avresti mai detto che erano vissuti in quell’inferno, spogliate della loro dignità di esseri umani, e ne erano riusciti a sopravvivere, proprio come quelli dei campi di concentramento e sterminio.
La cosa grave, gravissima, è che tutta questa orchestrazione diabolica è retta dagli Stati, non da pochi trafficanti criminali.
Non solo, prima subivano questo tragico destino, spesso dopo aver camminato allo strenuo delle forze per chilometri e chilometri, solo quelli che “cercavano” qualcuno che li facesse attraversare il mediterraneo, oggi invece sono braccati, ricercati come merce preziosa, basta che tu sia nero per avere la vita segnata.
Un altro testimone che sta qui dal 2016, che ha subito lo stesso calvario, anche se allora non era ancora “di Stato”, afferma di non avere la cittadinanza italiana ma di pagare le tasse, e di sentirsi in colpa perché con una parte delle sue tasse contribuisce a sostenere questa tratta, dato che le nostre tasse servono anche a sostenere i respingimenti dei migranti, e il loro reindirizzamento in paesi cosiddetti sicuri, e tra questi proprio la TUNISIA e la LIBIA.
PENSIAMOCI. Che anche noi, non volendo, contribuiamo.
C’è un’inchiesta che documenta questi traffici organizzati, sono anche state localizzate queste gabbie, ci sono dei video che testimoniano.
Come possiamo assistere a questo scempio, a queste torture, a queste barbarie, ora che sappiamo, e non fare niente? e cosa possiamo fare? Cosa possiamo fare perché un’inchiesta non sia solo trasmessa a Presa Diretta e vista da pochi?
Intanto grazie all’Arci di Viterbo, che con un corridoio umanitario ha permesso a questi pochi testimoni di arrivare qui, e al Comune di Viterbo che patrocinando e ospitando questo evento ha dato segno di grande civiltà.
Foto dall’account Instagram di Arci Viterbo


























