Viterbo nel XIII secolo: l’evoluzione del modello comunale

di Luciano Costantini

Secondo appuntamento con le memorie storiche della città di Viterbo

Nel novembre 1251 Federico II era morto da circa un anno, Viterbo era tornata saldamente sotto l’influenza papale, ma si era anche data un innovativo Statuto che ne esaltava lo spirito democratico: amministratori che rappresentavano l’intero tessuto sociale, incarichi temporalmente brevi, amplissima suddivisione dei poteri pubblici. Il primo cittadino del tempo era il Podestà che veniva affiancato da un Capitano del Popolo, due Giudici, due Notai. I primi due restavano in carica un anno, i secondi due anni. Un Consiglio Speciale e uno Generale avevano il compito di nominare il vertice politico e controllarne l’attività.
Il Podestà veniva eletto il primo giorno di marzo attraverso un complicato sistema di voto, giurava sui Vangeli di governare onestamente la città e gli veniva assegnato uno stipendio di 600 lire all’anno con il quale pagava anche i suoi più stretti collaboratori. Gli era vietato chiedere e/o ricevere regali o indennità. I suoi compiti erano precisi. Tra i tanti, doveva organizzare ronde cittadine almeno una volta alla settimana, doveva controllare la manutenzione delle torri e delle mura, amministrava la giustizia ordinaria. Più in generale, era il tutore della pubblica sicurezza. Il potere legislativo, in sostanza, però veniva esercitato dal Consiglio Comunale, diviso in due rami: il Consiglio Speciale, costituito da 100 cittadini e il Consiglio Generale, formato da 200 membri, per metà nobili e per metà popolani. I Consiglieri venivano convocati al suono di campane o di trombe e non potevano lasciare le sedute senza il permesso del Podestà. Il ruolo del Notaio non era molto diverso da quello dell’odierno segretario comunale anche se era esentato a vita dal pagamento delle imposte. Appannaggio non di poco conto anche per quei tempi. Molto importante era la carica del Balivo comunale, funzionario che aveva anche la facoltà di chiedere conto al Podestà del suo operato. Il Balivo, infatti, era tenuto a recepire le denunce presentate dai cittadini contro il primo cittadino e, se del caso, intervenire. Le sue sentenze erano inappellabili. Aveva poi la facoltà di rivedere ed eventualmente correggere gli Statuti delle varie corporazioni, poteva convocare la associazioni di categoria, poteva persino intervenire contro i pubblici ufficiali “perditempo” o che non svolgessero correttamente il loro lavoro. Ritroveremo la figura del Balivo anche come responsabile della gestione delle acque e delle strade.
L’assetto della macchina amministrativa, formulato nello Statuto cittadino, era assai complesso e prevedeva una miriade di funzioni e funzionari. Nella pianta organica figuravano, per esempio, otto Emendatori dello stesso Statuto che, una volta eletti, venivano “confinati” notte e giorno nella casa, nella chiesa o nel palazzo, scelto dal Podestà, dove restavano fino alla fine del loro adempimento. Evidentemente già nello Statuto del 1251 si contemplava l’ipotesi di un Conclave laico sul tipo di quello religioso che si celebrerà quasi venti anni dopo nella sede papale e che ormai fa parte della storia della Chiesa. C’erano poi i Camerlenghi ai quali veniva delegato il controllo delle casse cittadine. Erano, in sostanza, i Ragionieri Capi di oggi: in numero di quattro, scelti uno per ogni porta cittadina. Restavano in carica per tre mesi al termine dei quali presentavano il conto, frutto delle entrate e delle uscite registrate quotidianamente su un giornale chiamato “guaitone”. E ancora, l’organico comunale contemplava due Sindaci, eletti uno tra i popolani e l’altro tra i nobili. Scelti uno per quartiere, in tempi diversi. Sovrintendevano in generale ai lavori di manutenzione delle mura, delle torri, delle carbonaje e delle piscine di acqua per irrigazione, quelle che i viterbesi meglio conoscono come “leghe”. Erano i rappresentanti del Comune in tutti i procedimenti giudiziari nei quali l’amministrazione pubblica veniva coinvolta. In altre parole, rappresentavano ufficialmente il Podestà e la città. Primi cittadini lo diventeranno soltanto dopo qualche secolo.

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