Tuscia in pillole. Il borgo merlato di Torre Alfina

di Vincenzo Ceniti*

Torre Alfina
Il castello di Torre Alfina

Bonaventura Tecchi avrebbe detto: “Sa d’Umbria e di Toscana”. Dalla prima assorbe un velato umore francescano, della Toscana fa sua la sapienza discreta dei paesani, ironici e garbati, eredi di antiche genti e di eterni saperi. Siamo a Torre Alfina, nella parte più alta del Lazio e della Tuscia viterbese, dove i segnali di remoti vulcani si fanno vedere nelle pietre nerastre che ammantano il suo imponente castello merlato e a volte sentire negli aliti di uova sode di sorgenti sulfuree.

Perchè Alfina? Mai chiarito. Per la leggenda il nome si farebbe risalire a un guerriero etrusco conosciuto col nome di Alfio. Per la sua posizione si pensa invece al termine latino ad fines, ai confini cioè di un altopiano su pianori sottostanti. Per altri “ Alfina” sarebbe un’apposizione per distinguerla dalla vicina Torre di San Severo. 

Torre Alfina (600 m. di altitudine) si raggiunge da Acquapendente – di cui è frazione blasonata – dopo una decina di chilometri, deviando dalla statale Cassia Firenze-Roma che per lunghi tratti fa tutt’uno con la Via Francigena in arrivo dal nord. In queste zone di sosta per viator e pellegrini, rese celebri dai viaggiatori del Grand Tour (su tutti un giovane  Mozart in carrozza verso Roma col  padre nel 1770), s’avvertono pure i ricordi del bandito-cavaliere Ghino di Tacco, padrone assoluto nel  XIII sec. del picco nella vicina Radicofani. Da lassù, spadroneggiava, taglieggiava, proteggeva i poveri e prendeva a coltellate a fin di bene chi non la pensava come lui.

Che sia stato il re dei Longobardi Desiderio a crearsi quassù una postazione strategica con un mozzicone di torre d’avvistamento su cui verrà poi innestato il castello di Torre Alfina? Per gli storici è più probabile che la primitiva costruzione sia opera dei Romani. Sta di fatto che nei secoli a seguire quel grezzo baluardo venne trasformato in un castello e poi in residenza rinascimentale da famiglie nobili, come i Monaldeschi e i Bourbon del Monte. Alla fine dell’Ottocento castello e boschi limitrofi, vennero acquistati dal banchiere belga Edoardo Cahen d’Anvers, che ristrutturò il tutto su un ardito progetto del senese Giuseppe Partini. Le cronache raccontano che fu un’opera colossale e ce ne rendiamo conto appena arrivati da queste parti.

Le poche case sdraiate ai piedi del castello accolgono sì e no 250 abitanti: quanto basta però a creare comunità in un borgo, classificato peraltro tra i più belli d’Italia per storia, silenzi, odori, accoglienza, cucina e discrezione. Gli scenari si fanno imponenti appena varcato l’ingresso del maniero preceduto da cortili e giardini ben ordinati. All’interno, intorno a due  fastosa gallerie – destinate a pranzi nuziali e cerimonie – si apre una teoria di stanze, salotti,scale, corridoi con arredi di varie  epoche, dipinti ottocenteschi di Pietro Ridolfi e un elegante ciclo di affreschi del XVI sec. su paesaggi e vedute di Cesare Nebbia. Ma anche ambienti di servizio come ampie cucine e sale mensa, che parlano di antiche ricette e memorie storiche, lasciando intendere ospitalità raffinate e di classe.

Dalla torre più alta del castello lo sguardo si fa stellato: la dorsale degli Appennini, il bosco del Sasseto, il fiume Paglia che scivola verso il Tevere, le colline del Senese, l’Amiata, la Radicofani,  il monte Cetona, i Vulsini del lago di Bolsena e il gruppo viterbese dei Cimini. Dietro un paravento di colline boscose si nasconde Orvieto appostata su un rupe tufacea. Da Civita di Bagnoregio, dove nacque e pregò san Bonaventura, arriva il brusio di migliaia di turisti di ogni parte del mondo. 

A proposito di Sasseto (era il parco del castello conosciuto anche come il bosco di Biancaneve), il nome rimanda ai sassi vulcanici accantonati alla rinfusa dal tempo e dal caso, tra una selva di rovi, cerri, querce, faggi, agrifogli, muschi, felci, rami contorti, su cui s’aprono d’improvviso sentieri nervosi con viste lampo sulle grandi merlature del castello. C’è anche un vecchio mulino ad acqua e s’ode l’audio della cascata del fosso Subissone che inumidisce volti e piante. L’incontro inaspettato con la tomba neo-gotica del marchese Cahen di buona memoria, ci riporta al signore del castello e al suo affetto per queste zone.

Poco più oltre, nella Riserva Naturale di Monte Rufeno, c’è la sorpresa del Museo del Fiore, regno della biodiversità, con varie sezioni su morfologia, fiori spontanei, insetti  ed altro. Ma anche strumenti interattivi, pannelli, programmi multimediali, giochi e  laboratori.  Nel borgo, a fronte castello, prendiamo fiato e refrigerio nella gelateria Sarchioni (dal 1850) che ogni giorno si inventa un gusto nuovo: l’ultimo arrivato è ”Bosco del Sasseto” a base di nocciole, mandorle caramellate e marron glacé.

Una sosta più strutturata e ragionata va dedicata però al ristorante “Nuovo Castello” di buon lignaggio storico, risalente agli anni Sessanta e completamente rinvigorito nelle strutture e nella gestione agli inizi degli Ottanta. Qui si gustano le specialità del borgo, fra cui le “Pappardelle al cinghiale” che vanno in sagra a Torre Alfina a metà agosto, i “Lombrichelli all’aglione” e il “Maialino arrosto”. Buon appetito! 

Torre Alfina 2015 031
Una delle sale interne del Castello con visitatori

Per la visita al Castello si consiglia di utilizzare per tempo lo smartphone: prenotazioni@castellotorrealfina.it o (WhatsApp) +39 388 1807074.

 

L’autore*  

ceniti

Console di Viterbo del Touring Club Italiano. Direttore per oltre trent’anni dell’Ente Provinciale per il Turismo di Viterbo (poi Apt). È autore di varie monografie sul turismo e di articoli per riviste e quotidiani. Collabora con organismi e associazioni per iniziative promo-culturali. Un grande conoscitore della Tuscia.

 

 

 

 

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