Una soap opera antica, Amalasunta, Teodato, Teodorico, Atalarico e la Massa Palanzana

di Luciano Costantini

Amalasunta, Teodato, Teodorico, Atalarico. Sono i principali interpreti di una saga gotica che si consuma tra Viterbo e l’isola Martana, alla fine del quinto secolo dopo Cristo. Una soap opera antica dai contenuti forti e per certi aspetti inediti, ricavati dai racconti del sempre prezioso storico viterbese, Cesare Pinzi. Una cronaca d’altri tempi, ma assolutamente moderna ambientata inizialmente alla Massa Palanzana, che altro non è che un possedimento donato da Teodorico, re degli ostrogoti, a due suoi fedelissimi, Argolico e Amandino, già defraudati di alcune loro proprietà presso Orvieto. La Massa Palanzana sorge a un paio di chilometri da Viterbo: una dimora più che dignitosa, qualche casupola abitata da contadini, cascinali per ospitare animali e riporre gli attrezzi e naturalmente campi coltivati, lambiti da rigogliosi boschi. Il sovrano ha una sorella, Amalafrida, che a sua volta ha un figlio violento per quanto scapestrato, Teodato, dedito alle più efferate violenze. Ma, soprattutto, è insofferente alla presenza di vicini. Defraudare i poveri Argolico e Amandino è una conseguenza inevitabile. Lo zio Teodorico interviene, con una lettera durissima, per far restituire il maltolto e così placare i suoi due sfortunatissimi vassalli, però inutilmente. Perché il re poco dopo se ne va al Creatore e anzi il sempre più vorace Teodato si dà con maggiore libertà alle rapine di mobili, immbili e terre anche perché il successore designato di Teodorico, cioè Atalarico, arriva al trono che non ha neppure compiuto i sette anni. A questo punto irrompe sulla scena Amalasunta che di Atalarico è madre, ma che non può governare in quanto donna, come prevede la legge gotica. Si narra, dunque, che il Re Fanciullo venga affidato ai diversi precettori i quali evidentemente non riescono a trasmettere al bambino principi sani e corretti comportamenti di vita, se e vero che egli si dedica più al vino e al piacere che alle letture filosofiche e alla vita sana. La morte, ad appena diciotto anni, diventa la naturale, scontata conseguenza. Per non perdere l’onore e il piacere di continuare ad essere la regina dei Goti, seppure senza corona, Amalasunta chiama a sé il turpe Teodato, l’usurpatore della Massa Palanzana, che intravvede nell’invito una opportunità irripetibile per ampliare ulteriormente i propri possedimenti e le compulsive bramosie, magari fino a diventare sovrano degli Ostrogoti. L’inizio del rapporto con Amalasunta è improntato alla correttezza anche se non innervato dall’affetto. Poi, con il trascorrere del tempo, la donna diventa un ostacolo sempre più ingombrante per i progetti di Teodato. Da qui la decisione di farla trasferire, praticamente deportare, sull’isola Martana, uno dei tanti possedimenti dell’aspirante re. Lo scoglio al centro del lago di Bolsena diventa la prigione dorata per la povera regina la cui sorte è evidentemente segnata: morirà strangolata nel proprio bagno o forse affogata nel lago. Sulla sua fine non esistono certezze. Qualcuno sostiene di udire ancora la sua voce nei giorni in cui le acque sono più che agitate. Quando si dice la forza delle leggende. Sicuramente Teodato muore qualche tempo dopo essere salito al trono. Già in fuga, è raggiunto e sgozzato da Vitige, nuovo re acclamato dai Goti. E’ il 536 dopo Cristo.

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