Una scelta di coerenza tra nuovi murales e risanamento delle aree pubbliche.

di Salvatore Enrico Anselmi

Fortezze

VITERBO – L’area compresa tra via Santa Maria in Gradi, Porta Romana, Porta San Leonardo, l’ex chiesa di Santa Maria delle Fortezze e spazi verdi limitrofi, è nelle ultime settimane al centro di dibattiti e comunicazioni ufficiali circa la conclusione dei relativi interventi di risanamento. Interventi questi da lungo tempo attesi, in Largo Matteo Giovannetti, per arginare lo stato di degrado caratterizzante la zona, come da mio articolo pubblicato da TusciaUp nello scorso mese di agosto (https://www.tusciaup.com/porta-san-leonardo-le-fortezze-e-lex-istituto-san-giuseppe-un-pericoloso-dimenticatoio-di-prossimita/344309).

Un’area verde è stata realizzata nello spazio antistante l’ex complesso ecclesiastico delle Fortezze, con la messa a dimora di piante, estensioni prative, apertura di percorsi pedonali e collocazione di panchine. Lo stato di abbandono e il carattere di casualità sono stati quindi in parte arginati.

Plauso per l’attuazione del progetto, tuttavia, con i dovuti distinguo e relative considerazioni.

In primo luogo qualche perplessità sorge in merito alle scelte di dislocazione degli arredi e all’impiego dei materiali. Non può non risultare evidente la difformità, cromatica e materica, tra i nuovi percorsi praticabili a piedi e le aree che, nello stesso appezzamento, erano già state realizzate in peperino. Si tratta dei gradoni nelle scalinate, dei camminamenti intermedi e superiori già posti in essere. Ora sembra che se ne siano aggiunte altre secondo due tipologie distinte di posa: lastre più grandi, sostanzialmente coerenti con le pavimentazioni del suolo pubblico di calpestio, e altre più piccole simili a mattonelle di arredo domestico. Tali materiali non risultano confliggenti con la scelta della stessa pietra per i lastroni che tappezzano la cosiddetta passeggiata lungo le mura urbiche, benché di pezzatura variata rispetto a queste. Circa il carattere contemporaneo, per altro, oggetto di dibattito acceso nei mesi scorsi, della cintura perimetrale alle mura sarebbe meritevole una disamina specifica. Si rimanda, pertanto, a un eventuale prossimo articolo.

L’identità accennata dei materiali lapidei si interrompe nell’area di nuova bonifica. Lungo i vialetti, infatti, è stato steso quello che sembra, a una visione non ravvicinata essendo il nuovo giardino ancora recintato e non accessibile al momento del sopralluogo, un conglomerato cementizio di pigmentazione più chiara, più fredda e di granulometria evidentemente differente rispetto alla pavimentazione in peperino. (Pronto a una rettifica in caso contrario). Per una coerenza cromatica, considerando che l’area in questione è limitrofa alle mura, sarebbe stata opzione visiva preferibile uniformare i materiali. Un’esigenza di continuità sarebbe stata se non pienamente raggiunta per lo meno contemplata.

La seduta delle nuove panchine è in peperino caratterizzato da una prevalente sfumatura grigia piuttosto chiara in considerazione della gamma cromatica propria di questa pietra. Con il tempo è auspicabile il fisiologico scurimento e la relativa mimetizzazione. Quello che perplime è che queste strutture di sosta siano state collocate senza alcuna presenza arborea contigua, che consenta uno stazionamento all’ombra nella stagione calda. Si potrebbe eccepire che cespugli e alberi avrebbero coperto, con il trascorrere del tempo, l’efficace funzione di fondale architettonico costituita dall’ex chiesa delle Fortezze. Sarebbe stato allora più opportuno prevedere un’ubicazione strategica e coerente rispetto a tali considerazioni.

Altre riflessioni scaturiscono sempre da un’osservazione a monte, dalla sommità della collinetta. Qui, infatti, non è stato approntato alcun intervento. Non sono a conoscenza se sia previsto, ma credo assolutamente necessario. Nella mattinata del 21 marzo scorso, i sedili in pietra di quella che ricorda una cavea contemporanea, versavano in condizioni precarie, così come il pratino in alopecia, che, insieme a lattine e rifiuti, conserva ancora quelli che sembrano essere micce e rauti esplosi, ovvero i resti dei botti di capodanno. Quindi da quasi tre mesi quest’area non ha più usufruito dell’azione manutentiva di un giardiniere comunale.

Conseguente è l’auspicio che la salvaguardia ordinaria del nuovo giardino sia assicurata per evitare che, nel lasso temporale di qualche mese, il degrado prenda il sopravvento su tutta l’estensione.

Benché pertengano ad altro tema, risultano coerenti per topografia ulteriori riflessioni, quelle relative all’inopportunità di far eseguire un murale su uno dei lati del grande edificio situato all’inizio di via Santa Maria in Gradi, attualmente coperto da impalcature.

Le ragioni sono macroscopiche, ma le recenti proposte di far realizzare una decorazione parietale proprio lì sollevano più di un’eccezione.

Articoli apparsi sulla stampa locale elogiano, infatti, l’ipotetico avvio di una campagna pittorica in città, sulla scorta di un esempio evidente, ovvero il murale che dovrebbe raffigurare Santa Rosa, apparso da qualche anno, su una torretta elettrica situata all’inizio della Strada Teverina. Se quello debba essere l’esempio al quale rifarsi, non credo ozioso ribadire anche in questa sede che l’iconografia della patrona di Viterbo è stata disattesa in modo eclatante. Attitudine, opzione formale mutuata dalla pubblicità e da riviste patinate, trucco pesante sul viso evocano contesti e atmosfere confliggenti con il carisma proprio della piccola santa. E non si tratta di essere bacchettoni, moralisti o credenti oltransisti. Auspico che l’intelligenza dei lettori non permetta di cadere in questo tranello. L’episodio, piuttosto, appare lesivo del cosiddetto decorum, ovvero della coerenza tra tema raffigurato e modalità espressive adottate.

Tornando all’edificio che fronteggia Porta Romana, ipotizzare un linguaggio formale che si adegui ai canoni dell’arte di strada, diffusa in tante altre città italiane e straniere, è irricevibile per incompatibilità con il contesto storico-urbanistico circostante. L’area in questione è qualificata da un tratto significativo delle mura urbiche, da due porte di accesso monumentale, da complessi architettonici qualificanti il profilo della città dal Medioevo al Barocco. Un murale su una parete del palazzo costituirebbe una macroscopica cesura, visiva e sostanziale, circa la coerenza del contesto stesso. (cfr. la fondativa definizione del concetto di contesto nelle pamphlettistiche Lettres à Miranda scritte da Quatrémere de Quincy contro le spoliazioni napoleoniche del patrimonio artistico romano, nonché la normativa vigente dalla legge n. 1089 del 1939, ai fondamenti costituzionali, fino ai più recenti testi legislativi sui Beni Culturali). Risuonerebbe come un urlo stridente che trancia l’euritmia. Costituirebbe un vulnus, un’alterazione, un’indebita intromissione dovuta a lessemi comunicativi e iconografici incoerenti. La contiguità degli addentellati architettonici di questa zona verrebbe, pertanto, interrotta, o peggio abrasa. In modo esiziale e irreversibile. Impensabile un confronto dialettico tra storicità e contemporaneità figurativa, se questa dovesse essere spettacolarizzata e affidata a esecuzioni di dubbio gusto. Ribadisco che la contemporaneità e la storicità possono convivere, ma assicurando le condizioni filologiche idonee.

Infine l’adeguamento a una voga internazionale, ma ormai inflazionata, non necessariamente si attaglia a un complesso urbano storicizzato, e perciò delicatissimo, come quello di Viterbo.

Con il rischio di banalizzare la questione, non tutto può essere adottato dovunque e in modo indiscriminato.

Si individuino aree di più recente costruzione, palazzi abbandonati da risanare, edilizia priva di pregio qualificante o nuovi edifici pensati e progettati per accogliere interventi del genere. L’apporto artistico contemporaneo allora avrebbe il compito di una nuova definizione. Ciò allo scopo di redigere un coerente e condiviso codice relativo all’arte dei murales. E non si pensi che tale atteggiamento sia oppositivo al contemporaneo, anzi, al contrario. Affermo ciò nella consapevolezza che tutta l’arte, nel momento in cui viene consegnata al pubblico, è contemporanea, sperimentalistica e spesso dirompente. Anche quella, che a posteriori, definiamo storicizzata.

DEGRADO.jpg Salvatore Enrico Anselmi
 I rifiuti e l’incuria
Rifiuti 1.jpg Salvatore Enrico Anselmi
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