Il crollo di una parte del tetto nel cosiddetto Palazzo di Donna Olimpia a Viterbo e la necessità urgente di ricoverare le casse contenenti i reperti archeologici, in un luogo sicuro offrono lo spunto per alcuni motivi di riflessione. La decisione di trasferire i reperti rinvenuti nel sito dell’Acquarossa all’interno dei locali della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la provincia di Viterbo e dell’Etruria Meridionale situati a Oriolo Romano, delineano i contorni di una vicenda dalla quale Viterbo e la sua Amministrazione Comunale non escono in modo lusinghiero. Tale evidenza è lampante malgrado le dichiarazioni e le note esplicative diffuse, finalizzate a sedare le polemiche e a placare gli animi. La ricostruzione degli accadimenti ha costituito in primo luogo la triste attestazione circa l’impossibilità per la città di prendersi cura di beni archeologici che la legano topograficamente e storicamente al luogo originario delle emergenze.
Si tratta di impossibilità e inadeguatezza storiche in considerazione dell’incuria nella quale si trova tuttora l’edificio di Donna Olimpia a seguito di decenni di disinteresse da parte delle autorità. Aggravante, tale disinteresse, nella fattispecie della contezza che il palazzo custodisse numerosi reperti provenienti dalle campagne di scavo promosse negli anni Sessanta del Novecento dal re Gustavo Adolfo di Svezia. Leggerezza e incultura nel caso in cui si ignorasse istituzionalmente la sussistenza e le modalità di acquisizione e ricovero di tali reperti all’interno dell’edificio.
Inadeguatezza contestuale agli eventi occorsi nelle scorse settimane a seguito del riconoscimento di non poter individuare alcun “contenitore” atto momentaneamente ad accogliere il materiale in questione. Il Museo Civico in fase di nuovo allestimento forse avrebbe potuto fungere in tal senso. Si sarebbe potuta ipotizzare una collocazione all’interno del palazzo Doria Pamphilij di San Martino al Cimino, attraverso un accordo con la Regione Lazio, proprietaria dell’immobile. O ancora la Rocca Albornoz, negli ambienti destinati ad allestimenti temporanei, avrebbe potuto conservare il materiale archeologico.
In sintesi le cinquanta casse sarebbero potute rimanere in città. Certo, comunque, del fatto che non sussista alcuna volontà di rescindere, seppur solo provvisoriamente, il diretto nesso topografico e storico tra il sito dell’Acquarossa e Viterbo. Rimane, tuttavia, la sensazione spiacevole che sia stato necessario trasferirle per poterne assicurare la tutela. Registrazione epidermica, e mi si permetta sentimentale, di disappunto, questa, pur considerando la rapidità con la quale si è individuata con successo la soluzione al problema.
Un’ulteriore considerazione deriva allora dalla distribuzione delle sedi istituzionali dislocate nel territorio. Se gli uffici, con relative pertinenze immobiliari da poter destinare allo scopo, della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la provincia di Viterbo e per l’Etruria Meridionale si fossero trovati a Viterbo, la sede relativa, avrebbe potuto accogliere il patrimonio dell’Acquarossa senza dover ricorrere a un trasferimento a Oriolo Romano. Risulta palese, e forse non dovrebbe neanche essere sottolineato in questa sede per la sua evidenza, che la questione esula dai localismi amministrativi per rivolgersi alla volontà centrale, ministeriale di individuare finalmente una sede istituzionale nella città il cui nome è indicativo del territorio nel quale la Soprintendenza stessa insiste e opera.
Un’ultima riflessione circa l’ipotesi di individuare la sede all’interno della quale esporre i reperti, ovvero l’ex Lazzaretto, notizia circolante nella stampa in questi giorni ancora in via informale. Qualora dovesse essere questa l’ubicazione risulta evidente l’improrogabile necessità di approntare gli opportuni aggiustamenti al progetto in corso per il recupero del complesso architettonico. L’attuale piano, vale la pena ricordarlo, prevede la realizzazione di un punto informativo per i turisti di passaggio a Viterbo.
La criticità di tale soluzione è stata già argomentata da chi scrive in un precedente articolo pubblicato da TusciaUp nello scorso mese di novembre (https://www.tusciaup.com/un-centro-di-informazioni-turistiche-allex-lazzaretto-un-progetto-tra-luci-e-ombre/354015). Ora a tale criticità se ne aggiungerebbe un’altra, quella di far convivere le due destinazioni d’uso: museo e spazio informativo. Una valutazione ponderata dovrà quindi essere vagliata con ragione di causa prima di approntare in interventi inadeguati ad assicurare sia l’uno che l’altro dei due utilizzi. All’origine di tali riflessioni l’ampiezza comunque limitata dell’immobile.
Auspicabile non incappare in condizioni ostative al superamento di un secondo esame.
Questa volta una sessione straordinaria potrebbe non essere concessa.
* storico e critico d’arte
Foto TusciaUp: Palazzo di Donna Olimpia a Viterbo























