Paolo Ruffini, lo scienziato devoto che nel 1817 curò tantissime persone colpite dal tifo

Luciano Costantini

Il confronto, spesso il conflitto, tra scienza e religione è vecchio quanto l’umanità. Sempre arduo ed estremamente rischioso individuare una sintesi condivisa.

Paolo Ruffini è uno dei pochi ad esserci riuscito: è stato un illustre matematico (porta il suo nome la “Teoria generale della equazione”), un grande medico, un acuto ricercatore, ma pure un convintissimo credente. Tutta la sua esistenza ne è una chiara e documentata testimonianza. Nasce a Valentano alle cinque del mattino del 22 settembre 1765; figlio del medico condotto Basilio Ruffini di origine emiliana e di Maria Francesca Ippoliti di Poggio Mirteto. Gli viene posto il nome di Paolo Giovanni Pacifico Giacinto Bonaventura. I primi cinque anni trascorsi a Valentano sono soprattutto casa e chiesa. Poi il trasferimento dell’intera famiglia a Reggio Emilia. La primissima infanzia, vissuta tra la Collegiata e lo studio paterno, tra la religione e gli alambicchi, tra l’altare e la scienza, non può non influenzare la formazione del giovanissimo Paolo. E’ un chierico devoto, tanto che quasi alla soglia dei diciotto anni – siamo già nel periodo reggiano – è sul punto di farsi sacerdote. Ma poi opta per lo studio a tutto campo: si iscrive all’università di Modena dove frequenta i corsi di medicina e matematica, ma anche di letteratura e filosofia. E’ l’inizio di una esistenza movimentata, però anche lineare e coerente con capisaldi etici consolidati. Ne daremo soltanto alcuni cenni cronologici: nel 1788 si laurea in chirurgia, poi in matematica; quasi dieci dopo insegna matematica presso la stessa università di Modena dalla quale viene sospeso per non aver voluto prestare giuramento alla Repubblica Cisalpina. E’ questo un passaggio che più e meglio degli altri può precisare la figura di conservatore, seppure distaccato dalla politica, di Ruffini che rifiuta di firmare il giuramento alla Repubblica perché sul documento non gli viene concesso di aggiungere la clausola “che intendesi rispettata e salvata la Religione”. Un atto di coraggio che evidentemente viene ripagato se appena l’anno successivo viene reintegrato nell’incarico. Nel 1806 è nominato socio dell’Accademia Cattolica di Roma, più tardi passa all’Accademia Militare istituita da Napoleone e nel 1814 diventa rettore dell’ateneo modenese. Muore nel 1822, è sepolto nella chiesa di Sant’Agostino nella stessa Modena. Un’esistenza che, anche se ridotta in estrema sintesi, permette di leggere in filigrana come l’impegno di Paolo Ruffini si sia dispiegato ininterrottamente lungo il binario della scienza e della religione. Sarebbe estremamente riduttivo e non farebbe giustizia spiegare l’uomo come un genio purissimo della matematica, dell’algebra, dell’astrologia. Viterbo gli ha intitolato il proprio Liceo Scientifico, Valentano una scuola secondaria di primo grado, nel 1805 gli è stata concessa la Legion d’Onore, gli è stato perfino dedicato l’asteroide 8524. Poi, naturalmente, tante targhe commemorative affisse sui muri dove ha vissuto e operato. Molto meno si conosce Ruffini sul versante religioso, comunque come intellettuale cattolico: è autore, tra l’altro, di un testo indirizzato a papa Pio VII° (“Dell’immortalità dell’anima”) per il quale viene premiato dallo stesso pontefice. Scritti…ma pure opere di bene se è vero che proprio sul campo si consuma l’ultimo spezzone della sua vita: nel 1817 si dedica alla cura delle tantissime persone colpite dal tifo a Modena. Anch’egli ne resterà contagiato, riuscirà a sopravvivere anche se ne patirà il conseguenze fino alla morte. La sua vocazione di medico, scienziato e benefattore dell’umanità emerge anche in questa drammatica circostanza: per dirimere un disputa sulla tipologia della malattia, una discussione di quelle, tanto per intenderci, che oggi coinvolgono virologi, esperti e presunti tali sul Covid, scrive una memoria (“Trattato sul tifo”), l’unica da lui pubblicata, in cui sostiene la natura contagiosa del morbo e ne descrive sintomi e cause. E non sbaglia, naturalmente.

    

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