Mestieri de ‘na vòrta: gli Scotolatori ripulivano la pianta di canapa

di Gianluca Braconcini*

Nella nostra città e nel territorio viterbese fino alla fine della seconda guerra mondiale la coltura della canapa è stata una delle attività agricole più diffuse; le campagne di Viterbo così come i terreni in molti comuni della nostra provincia sono stati in passato vere e proprie zone canapicole.
Le aree di produzione erano situate nelle località intorno Viterbo, molto ricche di acque sorgive o in prossimità di sorgenti solfuree come quelle all’Asinello, Bagnaccio, Bullicame, Masse di San Sisto, Risiere, Strada Valore, Valle del Cajo e alle Zitelle, dove i fasci venivano posti a macerare all’interno di grandi piscine costruite nei secoli passati appositamente a questo scopo e, fino al dopoguerra in queste località, era ancora possibile vedere numerose persone impegnate nei vari processi lavorativi della canapa.
Nell’economia rurale d’una volta era consuetudine destinare, quasi tutti gli anni, una parte del terreno, la lètta, alla semina di questa pianta con lo scopo di produrre una quantità tale da soddisfare il proprio fabbisogno familiare. La sua coltivazione, soprattutto per uso personale, risolveva alcuni dei problemi e delle esigenze di tutte le famiglie d’una volta, basti pensare che le fibre filate e tessute della cànepe o cànipe, come si definisce in dialetto, erano utilizzate nella realizzazione di indumenti da lavoro, abbigliamento, capi di biancheria, oggetti destinati all’uso quotidiano ed al corredo delle spose oltre che alla fabbricazione di reti di recinzioni per animali e cordami per tutti i mestieri artigianali d’una volta. La creazione dei nuovi filati artificiali e l’introduzione dei sistemi industrializzati hanno sostituito definitivamente questa fibra naturale e mandato in pensione anche gli artigiani legati al suo ciclo produttivo ed alla sua lavorazione.
Una di queste figure lavorative era lo Scotolatore; un operaio specializzato il cui compito era quello di separare la parte legnosa della pianta, la cannavùccia, dalla fibra; per questa operazione utilizzava un attrezzo simile ad lunga spatola arrotondata, la scotola (la cui forma ricordava quella di una daga romana) ed il cavalletto. La scotola era realizzata in legno di quercia o sorbo, una varietà che doveva resistere alla battitura continua senza spezzarsi; la sua lunghezza variava dai 60 centimetri fino ad un metro, aveva un peso di circa tre, quattro chili ed era munita di un manico nella parte superiore mentre l’altra, larga 10,12 centimetri, presentava una parte centrale piatta e due bordi: uno più largo ed arrotondato e l’altro più stretto, quasi appuntito. Il cavalletto era un tronco di fico o di pioppo lungo circa un metro ed incavato per tutta la lunghezza, aveva la parte finale a forma di U o V, era munito di tre o quattro zampe con altezze diverse. Era posto in posizione inclinata in avanti in modo tale che la parte posteriore, più alta, arrivasse all’altezza delle ginocchia dell’operaio favorendo così la caduta a terra degli scarti della canapa.
Lo Scotolatore tenendo un mazzo di canapa sul bordo del cavalletto lo batteva ripetutamente con la scotola girandolo di continuo e strisciando gli steli dall’alto in basso per rendere la fibra più morbida e lucida possibile. Man mano che la manciata si liberava dei canapuli e rimaneva solo la fibra, l’operaio se la arrotolava intorno al braccio per tre o quattro giri, continuando a battere la parte rimanente; i fusti liberati completamente della parte legnosa erano destinati alla successiva fase di pettinatura. Un operaio esperto e veloce impiegava 10 minuti al massimo per lavorare una manciata di canapa ed in una giornata riusciva a scavezzare tre, quattro fasci. Il lavoro di scotolatura si svolgeva durante i mesi autunnali o invernali e quasi sempre all’aperto, fuori dalle mura cittadine (come mostrano le foto scattate fuori Porta del Carmine) o in ampi spazi situati nelle vie del centro storico.
Nel quartiere di Pianoscarano a Viterbo si trova una piazza dedicata proprio a questi lavoratori. Gli Scotolatori iniziavano molto presto, intorno alle tre-quattro del mattino, lavorando fino a mezzogiorno; di solito operavano a cottimo e dovevano gramolare un soma di canapa al giorno, equivalente a 4 fasci. La loro paga negli Anni Venti era di circa 5 lire (uno scudo) a fascio oppure 15-18 lire al giorno, compresa la colazione, il pranzo ed un quartaroncèllo di vino (circa due litri) come carburante per i muscoli.
Tra i tanti Scotolatori che lavoravano in città vorrei ricordarne alcuni conosciuti con il loro soprannome: l’Omosodo, Pestacéce, Bombo, Bombolétto e ‘L Pappagallo.
Quello che ormai resta de ‘ste brefàcole de ‘na vòrta, sono il ricordo, nella memoria di qualche novantenne viterbese, del rumore prodotto da questi operai, qualche attrezzo conservato gelosamente in qualche cassetto e vecchie fotografie sbiadite dal tempo.

*Cultore del dialetto e della storia Viterbese

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