L’ex cinema Corso a Viterbo, da ex chiesa a cinema a luci rosse, poi l’inesorabile declino

Viterbo è parte di quella Tuscia Terra di Cinema. Nel capoluogo fatta eccezione per il Lux che dovrà reinventarsi per sopravvivere di cinema non ce ne sono. Ci sono dei locali storici di cinema lasciati al loro destino.
Ci viene in mente il cinema Corso e la sua lunga storia. Fino al 1870 era una chiesa consacrata, detta di San Matteo in Sonza, tra le più antiche accanto alla porta omonima dal nome di uno dei tanti modi di chiamare l’Urcionio il fosso che vi scorreva.
Alla fine dell’Ottocento venne trasformato in un palazzo con cinematografo, inizialmente come Sala Galiana, come è impresso ancora sopra la porta di ingresso, poi divenne il cinema Corso grazie alla ubicazione nel Corso cittadino. Nel 1914 era già attivo. Successivamente, venne acquisito dalla società a cui facevano capo anche il Genio e il teatro Unione e successivamente il Lux.
Fu negli anni ’70 che il cinema Corso iniziò il suo inesorabile declino, sino alla decisione di chiudere all’inizio degli anni ’80. Segno del cambiamento dei tempi ma ancora non si pensava all’avvento delle multisale. Oggi il cinema Corso è lì, inerme, inutilizzato e in desolante abbandono.
La struttura potrebbe essere pensata come laboratorio per imparare a fare o a scrivere per il cinema, un’dea di rinascita del centro storico di cui tanto si parla ma per cui niente si fa.

 

Nella foto:

L’epigrafe della lapide superiore può essere così tradotta: “Mi chiamo Sonsa, porta della splendida Viterbo;/ho grande dignità e godo di eterno onore,/infatti chiunque sia sottoposto a condizione servile/qualora sia risultato mio cittadino viene considerato libero;/il grandissimo imperatore Enrico mi conferì questa prerogativa/ nell’anno 1095 dall’incarnazione del Signore. Questa porta/fu fondata sotto il pontificato di papa Pasquale e l’impero di Enrico/ma venne completata al tempo di papa Eugenio. Ne furono costruttori/Raniero Mincio e Pietro su ordine dei consoli e di tutto il popolo./Goffredo dettò il testo, Rolando lo scolpì.”

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