Visto al Cinema. La Gioia, il film che esplora la complessità dei rapporti umani

di Rosella Lisoni

LA-GIOIA film

La Gioia, il film liberamente ispirato alla vita della professoressa Gloria Rosboch.

Alessio (Saul Nanni): “Sei stata rapida.”

Gioia (Valeria Golino): “Sono stata lenta per tutta la vita.”

Gioia è un’insegnante di francese che non conosce l’amore se non attraverso le parole di Flaubert e che conduce un’esistenza spenta vivendo alle soglie dei cinquant’anni ancora a casa con i genitori.

Alessio è un giovane navigato che si prostituisce per vivere e aiutare la madre Carla , una splendida Jasmine Trinca, che lavora come commessa in un supermercato.

Due vite agli antipodi che si sfiorano per un attimo per dividersi poi definitivamente e tragicamente.

Incontro di due solitudini in una provincia feroce, dove la ricchezza, il possesso, la sete di apparire conducono verso una spirale di distruzione e autodistruzione.

Il film, mirabilmente diretto da Nicolangelo Gelormini, tratto dall’opera teatrale: Se non mi sporca il mio pavimento, restituisce i rapporti umani nella loro criticità e drammaticità, mancanza di empatia e miseria. E’ stato presentato in concorso alle Giornate degli Autori, nell’ambito dell’82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nel 2025, distinguendosi come unico titolo italiano in gara.

Rappresenta una provincia priva di valori, dove il vuoto esistenziale viene colmato da una forte componente narcisistica e una smania di apparire che travolge tutto, sentimenti, vite umane, desideri e speranze.

Goia e Alessio, due vite allo sbando, due facce speculari dell’esistenza.

La lentezza, la velocità, la dolcezza, l’arroganza, l’impegno, la negligenza, lo studio la mancanza di cultura.

Per un attimo unite da un sentimento che vorrebbe salvare entrambi, ma che diviene foriero di morte.

Amore e morte, eros e thanatos in un mondo crudele e indifferente ai sentimenti.

Un mondo che tutto consuma, che tutto brucia senza lasciare spazio alla speranza, al sogno. Quei sogni di cui si nutre Gioia, ascoltando: Dreams (Reality), il leitmotiv del film Il Tempo delle mele che molto ama e che vede ripetutamente nel televisore che arreda la sua stanza popolata da bambole.

Ancora una volta un fatto di cronaca, come fu per Fortunata, precedente film del regista Gelormini, che ora si rifà all’omicidio di Gloria Rosboch, la professoressa del torinese sedotta, derubata e uccisa da un suo ex studente del quale si era innamorata.

Nel film però la realtà diviene impalpabile, quasi visione onirica.

Non un semplice fatto di cronaca, ma un universo avvolto dalla nebbia, dal buio dell’anima, dal mistero dei sentimenti umani, delicati e fragili, pronti a svanire, a dissolversi per un nonnulla.

Quei sentimenti che per tutta la vita Gioia reprime, conducendo un’esistenza solitaria, domestica, raccolta in quel limbo che è rappresentato dalla sua camera, lontana dalle altre camere della casa che divide con i suoi anziani genitori.

Quasi uno spazio simbolico che la preserva dalla vita e la riporta in uno stadio infantile. Spazio che, per un tempo limitato, condivide con Alessio al quale impartisce lezioni di francese, sotto il severo sguardo materno che cerca di impedire alla figlia di far penetrare “vita” nella stanza.

A nulla vale la ribellione di Gioia e la tanto amata fuga verso un mondo migliore, in un luogo migliore dove potere essere libera e felice.

Il tempo a disposizione è finito e forse, sembra suggerire il regista, è stato speso nel modo peggiore.

Il tempo infatti governa il film, il tempo dell’impegno, della gioia, dell’amore, del dolore.

Il tempo necessario a cambiare casa per la madre di Alessio, il tempo di cambiare vita per Alessio, il tempo di comprendere la verità per Gioia.

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