I matrimoni nella storia, Vittoria Farnese e Guidobaldo II un grande amore

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Se volete rivivere i fasti di palazzo e il significato della storia fate un salto il 18 e 19 agosto a Palazzo Farnese a Gradoli dove in una mostra interessantissima dedicata ai Farnese ritroverete la riproduzione fotografica della targa ovale con allegoria del matrimonio avvenuto nel 1548 fra Vittoria Farnese, nipote del papa Paolo III Farnese e Guidobaldo II della Rovere, duca di Urbino.La mostra è curata da Nicola Napolitano.
Si possono invece ammirare nel loro splendore il piatto Farnese, i piatti dello Zar Alessandro e i piatti della regia porcellana di Berlini.

Vittoria e Guidobaldo: così narra la storia:

il 26 gennaio del 1548, quando per la prima volta era giunta nel ducato di Urbino per sposare Guidobaldo II della Rovere; poco dopo, lui le aveva fatto dono della meravigliosa rocca che risaltava superba e armoniosa davanti ai suoi occhi.
Figlia di un Farnese e di una Orsini, Vittoria proveniva da due stirpi tanto antiche quanto potenti nell’Italia del XVI secolo, ma sin da ragazzina si era ribellata all’idea che il suo futuro venisse programmato a tavolino per il tornaconto di altri.
La madre Gerolama e il fratello Alessandro, poi nominato cardinale, avevano avuto non poco da fare per gestire la sua indole inquieta: nonostante il rispetto che nutriva nei confronti di entrambi, a 27 anni aveva rifiutato tutte le proposte di matrimonio suggeritele dai genitori, cominciando a far girare su di sé la voce maligna che sarebbe rimasta per sempre zitella.
Forse per questo, o forse per qualche impulso inspiegabile che tuttavia si rivelò azzeccato, accettò infine di sposare il duca di Urbino Guidobaldo II della Rovere, lasciando così sia la famiglia sia le terre di Valentano, del lago e dell’isola Bisentina, a cui era molto legata.
Contro ogni pronostico, la decisione da lei presa si rivelò più giusta di quanto avesse mai potuto immaginare: Guidobaldo non era affatto il genere di marito a cui era stata abituata, avendo come unico modello di riferimento il padre Pier Luigi Farnese, ribattezzato dapprima “il bastardo del papa” perché figlio illegittimo del pontefice Paolo III e in seguito “il diavolo in terra”, a causa della violenza e della brutalità con cui stroncava vite e stuprava giovinetti, maschi o femmine che fossero.
Guidobaldo era gentile, colto, un uomo d’armi ma anche d’onore che la amò dal primo giorno della loro unione. Spinta dal marito a coltivare le proprie passioni, Vittoria poté finalmente dare libero sfogo alle sue velleità di mamma, ma al tempo stesso di imprenditrice. Così, si dedicò con estrema premura ai suoi tre figli, accettando di accogliere in casa anche la piccola Virginia nata dalla precedente moglie di Guidobaldo e la nipote Clelia Farnese, illegittima prole del cardinale Alessandro.
Le era tuttavia facile scappare dalle mura domestiche di tanto in tanto per raggiungere i luoghi che più amava in assoluto, ovvero le botteghe degli artigiani dove, tra forni, pennelli e colori, prendevano vita ceramiche di ineguagliabile bellezza. In quei tocchi di magia, nel sudore della fronte, nel calore sprigionato nell’aria durante la cottura delle maioliche e nella dedizione con cui i mastri tracciavano linee e disegni destinati a durare a lungo nei secoli, Vittoria ritrovava quella genuinità che le era mancata sin dall’infanzia, stretta com’era nei cliché dell’aristocrazia. Soltanto lì poteva finalmente essere se stessa: sperimentare, sporcarsi le mani, inventare, dare libero sfogo alla fantasia.
La storia ci racconta che fu proprio grazie alla sua inventiva se nacquero in quel periodo la rivoluzionaria tecnica di applicazione dell’oro vero prima della cottura, se la tarsia lignea fu sviluppata come mai era accaduto sino ad allora e se la ceramica raggiunse un altissimo livello di qualità testimoniato dalla raffinatezza delle forme e dalla ricchezza delle decorazioni: fiori, animali, stemmi, spirali e ovviamente foglie di quercia, simbolo dei della Rovere.
Ma poi tutto era cambiato: la sua luce si era affievolita scontrandosi con il carattere dominante di Francesco Maria, tanto da decidere di lasciare Villa Imperiale per rifugiarsi a Caprarola non appena riuscì a concludere un buon matrimonio per sua figlia Lavinia.
Se adesso si trovava di nuovo lì, dinnanzi a quelle possenti mura che l’avevano accolta e protetta per tanti anni, era solo per stringere a sé un’ultima volta l’intimo ricordo della propria felicità perduta. Sul dito medio brillava lo smeraldo che il fratello le aveva lasciato in eredità alla morte, un barlume di speranza in quel triste grigiore mattutino.
Girò le spalle alla rocca e riprese la strada di casa, quella che l’avrebbe condotta al Monastero della Purificazione da lei stessa fatto erigere per le Monache Serve di Maria qualche anno prima insieme alla vicina Chiesa di San Clemente. Desiderava scomparire dal mondo, svanire nella gioia di Cristo e raggiungere l’unico uomo che l’avesse mai amata davvero.
Vittoria Farnese morì il 13 settembre dello stesso anno e venne sepolta presso laChiesa di Sant’Ubaldo a Pesaro, accanto alle spoglie di Guidobaldo II della Rovere.

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