Gioco a perdere 7 puntata

Lucia Noschese

Siamo arrivati alla penultima puntata di Gioco a perdere. I numeri tengono Silvia in ostaggio. Il rapporto con Carlo è arrivato agli sgoccioli, mentre Laura scopre un’amara verità. Luca sembra offrire una tregua, ma ……Scopritelo con il nuovo racconto firmato da Lucia Noschese. Per chi avesse perso la puntata precedente, clicca qui. Buona lettura  

È ancora presto, nella cucina illuminata dai raggi di luce che entrano obliqui attraverso le ante socchiuse della finestra. Laura, in piedi con le mani appoggiate allo schienale della vecchia sedia di legno, fissa il moto perpetuo del pulviscolo luminoso intercettato da quei raggi. Silvia… e subito sente un dolore al ventre, come se fosse pieno di pietre, dove sono incise le sue frasi: «… e poi lui era così disponibile… avrà quasi ventanni più di me…».

Le parole di Silvia la ossessionano. Il pensiero di lei l’avvelena. Con un gesto della mano, simile ad un tergicristalli, tenta di scacciarla. Questa mattina il lavoro non le darà tregua. Meglio così. Monta sul trattore e carica una balla di fieno.

«… Se mi hai portato i 6.000 euro che Silvia mi deve, bene…». Rivede la faccia arrogante di Carlo e il piede le sfugge sul pedale: il rumore dello schianto del legname è come una frustata sulla schiena.

«Dio mio! No!», impreca. Salta giù per vedere il danno. Poteva andare peggio: due paletti del recinto divelti e qualche graffio al trattore. Tira un calcio alla balla di fieno.

Diecimila! E il resto dei quattromila? Ma quali rate della casa? Bugiarda! Fino a che punto ti sei spinta stavolta?!

Ci sono i cavalli da sellare e Mahdi non è ancora arrivato. «… ha incantato anche te, quella, con il suo faccino da ingenua». La voce di Carlo la tormenta ancora. Quando pensa di aver finito, si accorge che ha dimenticato i sottosella. Con insofferenza, come vinta, si lascia andare appoggiandosi alla parete della stalla. Non si riconosce. Le braccia, simili a cordame pesante di una barca alla deriva, le cadono lungo i fianchi. Sopraffatta dalla stanchezza, avverte di non avere più il controllo della situazione.

Sono solo uno dei tanti pezzi del suo castello di menzogne. Usata, come un ombrello in prestito.

Il rumore della ghiaia sotto gli pneumatici del pulmino con i ragazzi in arrivo per l’ippoterapia la riporta al presente. Scendono chiassosi, Mariasole li dirige. Oggi c’è anche Alberto, lo psicologo dell’Asl che, una volta al mese, li accompagna. Per il resto di quell’ora Laura si sforza di pensare alla sua lezione.

A fine mattinata, mentre i ragazzi, guidati da Mahdi e Mariasole, mettono a riposo i cavalli, Laura e Alberto si ritrovano in cucina per la relazione mensile. La penna è lì, ferma sul foglio. Oggi Alberto ha sentito rimbalzare tra gli zoccoli dei cavalli il turbamento di Laura.

«Giornata storta?», azzarda.

Il ronzio di una vespa riempie la cucina. Laura tace. Ma a lui non puo’ sfuggire. Il rumore dell’acqua bollente versata nella teiera è rassicurante, la tensione si allenta. Un pensiero ad alta voce le esce dalle labbra: «Ieri mi è venuto addosso un treno che non aspettavo. Non l’ho visto neanche arrivare. Mi ha rotto tutte le ossa».

Continua senza più trattenere lo sfogo: «Sono stanca di reggere tutta questa impalcatura di illusioni e falsità. Ormai so cosa combina. Lei è così abile nel travestire le sue bugie. Non posso più sopportarlo», dice, sbattendo una mano sul tavolo. Il cucchiaino vola sul pavimento e le tazze del tè sobbalzano. Alberto abbassa lo sguardo verso il punto dov’è atterrata la posata.

«Questa persona deve averti proprio ferita…» la incalza.

«Forse più di quanto io stessa voglia ammettere. Mi rendo conto che è stata anche colpa mia, sono sempre stata il suo paracadute», Laura si alza per raccogliere il cucchiaino.

«Come ho potuto credere di essere io la soluzione ai suoi problemi. Che stupida!»

«Verità e menzogna, – sentenzia Alberto, riprendendo per un attimo il suo ruolo da psicologo,– per qualcuno si sovrappongono e si usano con disinvoltura diventando la stessa cosa».

«Mi ha manipolata e io gliel’ho lasciato fare. E’ così?».

«Le vuoi un gran bene, vero?»

«Sì. Purtroppo non riesco a non volergliene. Innamorata e fregata da anni: combinazione perfetta. Un vero successo!».

La voce di Laura si fa sempre più stridula. Alberto allunga la mano per calmarla.

«Si è giocata tutto. Tutto, hai capito? Non solo i soldi che le ho prestato per tirarsi fuori dai casini, ma anche quelli di qualcun altro. È riuscita a ficcarsi in un nuovo guaio ed è venuta a scaricarlo addosso a me, che sono il suo cestino dell’immondizia… ma, a pensarci bene, sono soprattutto il suo bancomat. Solo che stavolta ha superato il limite. E per cosa? Per cercare la fortuna nei numeri e inseguire il colpo fortunato!»

«Allora stiamo parlando di ludopatia, te ne rendi conto?»

«Sia quel che sia. Non ho visto, o non ho voluto vedere. A questo punto cosa cambia? Adesso ho aperto gli occhi, non voglio più coprirla. Ma che faccio? La mollo così nella merda? Se lo meriterebbe, visto come sto da schifo, io».

«Tu non puoi più fare niente per aiutarla, devi prenderne atto.»

Laura resta in silenzio. La vespa plana sul tavolo.

«Mentire per lei non è solo un giochetto, è una necessità. È difficile che ne esca da sola. Va curata, altrimenti la perdi per sempre. Potrei provare a parlarle io, riesci a farla venire in studio da me?».

Luca entra nella stanza cinque. L’anziana è a letto, frastornata, si lamenta. La ferita sulle sue labbra è lieve. Ha un ematoma su uno zigomo. Gracile com’è poteva avere qualche frattura, ma non è successo. Per Luca è un sollievo. Si avvicina per darle un’altra piccola dose di sedativo. Alda lo guarda stordita. Con la mano ossuta e tremante gli tira il camice e farfuglia qualcosa con un filo di voce. Luca non capisce. Si china su di lei che continua a recitare quel rosario: «Ventisei… tredici… cinquantaquattro… tre… otto…». Mentre le somministra la medicina, riaffiora il ricordo dell’immagine delle cifre scritte sul polso di Silvia. Erano quei numeri la ragione di tutto? Ma perché?  È certo che in quella cinquina c’è una realtà che lui non vuole conoscere. Non sono affari suoi. Prima di uscire dalla stanza, al volo, li trascrive sul ricettario. Ritorna in sala infermieri, estrae il cellulare dalla tasca del camice e digita un messaggio: «da Alda, ventisei, tredici, cinquantaquattro, tre, otto».

Guarda per un attimo fuori dalla finestra e immagina di vederla, con i suoi lunghi capelli biondi ed esili che le coprono parte del viso. Silvia, senza più esitare, schiaccia il tasto “invio”.

 

 

Lucia Noschese

*Lucia Noschese, nata a Salerno, vive a Orvieto, appassionata di scrittura

Foto di copertina per gentile concessione di Patrick Nicholas

Leggi le puntate precedenti 

 

 

 

 

 

 

COMMENTA SU FACEBOOK

CONDIVIDI