Clemente IV°, il francese Guy Foucois e quelle spoglie contese

di Luciano Costantini

Quasi una saga che affonda le proprie radici nel Medioevo e arriva alla fine del Risorgimento. Comunque una saga tutta viterbese. Oggi se ne potrebbe fare un serial televisivo, cast fantastico e ogni riferimento alla realtà non casuale: un rampollo imperiale giustiziato, un papa che muore in onore di santità, un clero che quasi si azzuffa per contendersi le spoglie, una città che scende in piazza, un altro papa costretto a intervenire nel mezzo di uno storico conclave, un’entrata in scena – secoli dopo – di due diplomatici francesi, una salma papale che trova definitiva sepoltura solo verso la fine del 1800. Tutto ruota attorno a Clemente IV°, il francese Guy Foucois, asceso al soglio di Pietro il 5 febbraio 1265. Muore a Viterbo tre anni e mezzo dopo, ad un mese esatto di distanza dalla decapitazione a Napoli, sulla pubblica piazza, di Corradino di Svevia, nipote dell’imperatore Federico II°. Clemente IV° è ricordato come pontefice “non curante degli agi, della pompa ed è di severissimi costumi”. Magari anche dotato di spiccate doti di preveggenza se è vero che annuncia urbi et orbi con 24 ore di anticipo la tragica sconfitta a Tagliacozzo delle truppe ghibelline guidate da Corradino. Spira il 29 novembre 1268, funerali solenni nella cattedrale di piazza san Lorenzo e trasferimento della salma nella chiesa dei frati Domenicani di Santa Maria di Gradi, ordine religioso per il quale il papa ha sempre avuto “speciale predilezione”. A ospitare il corpo un sontuoso sarcofago, commissionato dal camerlengo Pietro di Narbona, opera di Pietro di Oderisio. La preannunciata disfatta dei ghibellini e le testimonianze circa presunti miracoli irradiano subito un alone di santità su papa Clemente, tanto che il popolo viterbese comincia ad accorrere in massa a Santa Maria di Gradi per pregare sulle sue spoglie, dispensare offerte e preziosi monili. Un piccolo tesoro che si sarebbe arricchito con la sicura canonizzazione, devono aver pensato i canonici del Duomo, che “affascinati dagli immancabili guadagni”, sollecitano a più riprese i cardinali perché il corpo del papa faccia ritorno in cattedrale per riposare accanto al palazzo che fu sua dimora terrena. Arriva puntuale il rifiuto dei Domenicani: “Il nostro Clemente da qui non si muove”. Si scalda la piazza – soprattutto i parrocchiani del Duomo – fomentata dal clero di palazzo. C’è il rischio di scontri, tanto che i cardinali sono costretti a intervenire per ordinare il trasferimento dei resti papali, con tanto di mausoleo, in una chiesa non meglio identificata della città, in attesa di definitiva collocazione. Intanto si sta celebrando il conclave per l’elezione del nuovo pontefice: sarà interminabile, tanto da passare alla storia come il più lungo e drammatico di sempre. Ovviamente, i porporati sono in tutt’altre faccende affaccendati: non possono uscire dalla dimora di piazza san Lorenzo e i canonici della cattedrale ne approfittano per impadronirsi delle spoglie di Clemente e riportarle in Duomo. Proteste furiose dei Domenicani di Gradi e nuovo, forzato intervento dei cardinali che intimano al Vescovo di Viterbo, all’Arciprete e ai canonici di “restituire il maltolto” e punire gli autori materiali del trafugamento del corpo del papa che intanto è morto da quasi tre anni. Non succede niente in attesa dell’elezione del nuovo pontefice, Gregorio X°. Ma a conclave finito, la battaglia si riaccende con i Domenicani determinati a riavere i resti dell’amato Clemente. Della soluzione del contenzioso viene incaricato il cardinale Annibaldeschi che decide per il ritorno della salma a Santa Maria di Gradi. Caso chiuso? Macché. I canonici del Duomo sostengono che il lodo del cardinale prevede la restituzione del corpo, ma non del mausoleo e delle spoglie papali. Gregorio X° deve intervenire di nuovo per emettere da Lione una “bolla” pontificia che obbliga i canonici di piazza san Lorenzo a riconsegnare tutto ai Domenicani: spoglie, mausoleo e reliquie. I frati si recano in Duomo per riprendersi quel che resta del pontefice, ma si trovano di fronte una “turba scapigliata di graffiasanti e di beghine delle parrocchia che minacciano di grandi guai chi osi toccare quel loro sacro tesoro”. Altra “bolla” di Gregorio X° che minaccia la scomunica per tutti coloro che si oppongono alla traslazione. Intanto siamo arrivati all’aprile del 1275. Clemente, a quasi sette anni dalla morte, torna finalmente a Santa Maria di Gradi. Troverà la pace? Sì, ma solo temporanea. Dopo circa cinque secoli, nel 1733, la chiesa viene restaurata e la tomba del papa collocata in una modesta cappella laterale, sfortunatamente per lui proprio sotto il sepolcro che custodisce le spoglie del prefetto Pietro di Vico, potentissimo signore viterbese, scomunicato e poi riabilitato dalla Chiesa, che di Clemente è stato uno dei più acerrimi nemici ed è passato a miglior vita appena pochi giorni dopo la morte del santo padre. E arriviamo al 1798 quando una ignota mano di un diplomatico “dei repubblicani francesi” deturpa per sfregio il sarcofago del papa connazionale. Una offesa che nel 1840 un ambasciatore di Parigi presso la Santa Sede penserà di lavare facendo scolpire il proprio nome sullo stesso sarcofago. Nel 1870 una legge del Regno d’Italia sopprime gli enti religiosi e tra essi Santa Maria di Gradi che viene chiusa al culto (1874). Solo nella notte del 21 luglio 1885 la tomba con le spoglie di Clemente viene definitivamente trasferita, “a lume spento e di soppiatto da Santa Maria di Gradi”, nella chiesa di San Francesco dove tuttavia viene profanata da “mani avidamente curiose che scoperchiarono il sepolcro e frugarono sconsideratamente entro le ceneri”. Quelle ceneri che comunque alla fine sono state ritrovate e catalogate, a differenza di quelle di papa Alessandro IV° che proprio Clemente nominò cardinale e che qualcuno sta ancora cercando dentro il Duomo di san Lorenzo.

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