Per De Gregori «la storia siamo noi». Sono le nostre storie minuscole di persone, famiglie e speranze, città e botteghe, a formare la Storia che leggiamo sui libri. Sulla linea del tempo, mentre i progetti futuri diventano pian piano ricordi passati, succede che il mestiere si trasmetta di padre in figlio, e che quel figlio – diventato padre – lo consegni a sua volta al proprio erede, come un dono prezioso da scambiare per un compleanno. E allora è bello, in questo scorcio di 2025 che va terminando, parlare di famiglia, di saper fare, della Viterbo di ieri sotto la pelle di quella di oggi, e di un compleanno che collega idealmente il tutto. Solo che a essere festeggiata non è una persona ma una bottega. Da settant’anni il “Salone GiBì – Barberia dal 1955” si trova a Viterbo in via dei Magliatori 3, in posizione panoramica rispetto al centro più antico della città, osservatore privilegiato anche in senso fisico. Il GiBì del nome sta per Gianluca Braconcini, che subentrando al papà Fausto gestisce la barberia dal 2001, attualmente in compagnia del figlio Lorenzo: settant’anni di attività e tre generazioni di barbieri. E’ Braconcini, esperto hair stylist nonché profondo conoscitore e appassionato studioso della cultura e del dialetto viterbesi, a raccontarci la storia del salone, trasportandoci in un vero e proprio viaggio nel tempo.
Nel 1955 in Italia una generazione che ricordava ancora bombardamenti e fame sognava al cinema con le storie hollywoodiane, e si apprestava a ricostruire un futuro migliore per sé e per i propri figli. Viterbo usciva a fatica dalle ferite di una guerra disastrosa, e nella sua dimensione rurale di allora i negozi si chiamavano ancora botteghe.
«Queste dove ci troviamo erano case popolari appena costruite sulle macerie dei bombardamenti: il locale lo prese mio padre Fausto, che aprì la barberia insieme al collega Mario», racconta Gianluca. «Il babbo aveva imparato il mestiere da piccolo: mentre mio nonno era in guerra, tutti in famiglia dovevano contribuire a sostenere la famiglia. Così i bambini la mattina andavano a scuola, e nel pomeriggio andavano a fare i “maschietti di bottega” presso qualche artigiano. Lui andava da un barbiere a piazza della Rocca, proprio di fronte a dove si trovava il comando tedesco. Tutti i giorni gli ufficiali di quel comando andavano alla barberia a rasarsi i capelli – con il rasoio, come prevedeva il taglio alla tedesca – e per farsi fare la barba. Mio padre era un bambino biondo e riccioluto e c’era un colonnello che lo prendeva sempre in braccio: diceva che gli ricordava suo figlio. Poi arrivò il 17 gennaio del 1944: suonò l’allarme e tutti scapparono all’arrivo dei bombardamenti. Quando tornarono, della bottega e delle case intorno non era rimasto più niente».
Gianluca ricorda i tanti “maschietti di bottega” che poi Fausto Braconcini ospitò nel suo salone per insegnare loro le arti della barberia. «Qui ne sono passati tanti: alcuni hanno poi scelto mestieri diversi, altri invece hanno aperto le loro botteghe: Carlo a via del Pavone, Fulvio e Filippo in via della Palazzina. Ma in fondo anch’io lo sono stato: lui mi ha insegnato il mestiere, ma la barberia per me è stata proprio una scuola di vita. Qui ho imparato – e continuo a imparare – un sacco di cose. Ho una clientela variegata, persone di ogni ceto sociale. E in passato ci sono stati reduci della Prima guerra mondiale, ex prigionieri in Russia, paracadutisti reduci di El Alamein… Ti raccontavano cose che nemmeno sui libri trovavi. E poi studiosi della città, ma anche vecchietti che parlavano il dialetto stretto di una volta: questo mi ha permesso di conoscere aneddoti, personaggi, proverbi, modi di dire, ma anche suggerimenti di vita concreta. Se si è persone curiose – come lo è anche mio figlio Lorenzo – si impara tantissimo». Per la curiosità dei clienti, all’interno del salone è allestito un piccolo museo “en plein air” di prodotti e attrezzi del mestiere dagli anni Cinquanta in poi: brillantine, creme, pettini e pennelli, rasoi vintage. Quello che non è esposto sullo scaffale, ma che rimane senza dubbio a disposizione della clientela da settant’anni, è la disposizione all’ascolto e l’atmosfera leggera e scanzonata che si respira nella barberia.
«Una volta il negozio nostro era un centro di aggregazione. La domenica mattina era aperto, gli uomini venivano a farsi la barba prima di andare a messa. Il sabato era il giorno dei contadini, che pure se abitavano appena fuori le mura, “andavano a Viterbo” per portare le mogli al mercato, e per venire qui a farsi fare la barba. Avevano barbe coriacee e incolte, indurite dal lavoro all’aperto, stavo mezz’ora a insaponarli. Quando se ne andavano lasciavano prodotti agricoli, formaggio, addirittura galline, che gli altri clienti potevano comprare. Alla bottega capitavano poeti di quartiere, artisti, personaggi tipici viterbesi, gente che ha fatto il folklore di questa città… Alfio Pannega e Caterina sua madre ad esempio. D’estate qui di fuori c’era un tavolino, e quattro vecchietti in pensione si mettevano a giocare a carte, a volte litigavano. I clienti che aspettavano si mettevano dietro a guardare, come fosse un siparietto di avanspettacolo. Io ero piccoletto, morivo dalle risate.
E negli anni Settanta il sabato sera, i ragazzi venivano a farsi l’acconciatura prima di andare in discoteca. Capelli lunghi, alla Mascagni, cioè pettinati all’indietro. Poi il periodo degli hipster, con la moda delle barbe particolari… Tanti ricordi. Fino ad arrivare al presente».
Un presente che vede un’attività portata avanti in tandem con il giovane figlio Lorenzo. «Da piccolo giocava con il fratello, facendo finta di fargli la barba. Ha fatto la scuola per parrucchieri e corsi di specializzazione. Poi gli ho consigliato di andare a lavorare fuori, in modo da imparare tecniche diverse. E’ tornato poi consapevole che qui avrebbe potuto ottenere le sue belle soddisfazioni. Qui ha imparato la tecnica di lavoro con le forbici. Così ha una formazione completa, sia dal punto di vista moderno che “old style”». Con Lorenzo la barberia è diventata “social”, mentre Gianluca ha mantenuto le consuetudini di un tempo.
«E’ ancora un luogo di ritrovo, di incontro: qui si ride, si scherza, si parla di tutto. Che poi il barbiere è un bel lavoro. Già il fatto che tu “metti le mani addosso” alle persone – come anche gli estetisti, i fisioterapisti ad esempio – questo contatto con le mani crea confidenza, una vicinanza maggiore rispetto ad altri tipi di artigiani. Tempo fa un cliente mi disse che il barbiere è un po’ “lo psicologo dei poveri”. Noi ne siamo contenti, anche perché le recensioni parlano proprio di un posto dove c’è la duplice attenzione, al lavoro e al cliente. Perché trovare un cliente non è facile, mantenerlo è difficile». E questo in una Viterbo che cambia continuamente pelle, e dove la concorrenza è diventata tanta: nel solo quartiere di San Faustino vi sono ben sette barbieri. Tuttavia, uno dei mali che affliggono la nostra città è una progressiva desertificazione del centro storico: le attività più che aprire chiudono. «Mi piace vivere nel centro, mi sono sempre trovato bene. Ieri la città era piena di gente, sembrava di essere tornati negli anni Ottanta. Ma certo negli altri periodi il centro soffre un po’. Forse aiuterebbe l’apertura in Corso Italia di locali di aggregazione: bar, paninoteche, bistrot, con i tavoli al di fuori. Forse bisognerebbe chiudere parte del centro al traffico delle auto, fare un servizio navette con i parcheggi all’esterno. Più gente in giro significherebbe anche maggiore sicurezza. Non so, ogni città ha le sue consuetudini, i suoi bisogni. Alla fine, ogni cambiamento deve partire dalle persone, non si può imporre con la forza». La barberia continua ad essere osservatrice privilegiata di quanto accade intorno a lei, registrando mutamenti di costume e adeguandosi ai tempi, come ogni “bottega storica” che si rispetti: un’ottantina di attività tra Viterbo e provincia, fiori all’occhiello della tradizione e della qualità. «Per fregiarsi di questo titolo, la bottega deve dimostrare la permanenza nello stesso luogo da almeno cinquant’anni, e di essere sempre rimasta nelle mani della stessa famiglia di proprietari: noi ci siamo. Chi ci apprezza afferma che qui c’è l’atmosfera particolare delle botteghe di una volta. Questo per noi è motivo di vanto e orgoglio: malgrado il tempo che passa, malgrado le rughe, siamo rimasti così».
Buon compleanno Gianluca Braconcini tra stile, rituali e quella cultura che rende unico il salone G.B.
Foto:archivio Famiglia Braconcini































