José D’Apice, dipingere è addentrarsi nell’ignoto fino a scoprire la Tuscia, dove l’arte si fonde con la vita

di Sara Grassotti

José D’Apice

Un privilegio raro incontrare un artista unico nel panorama dell’arte contemporanea italiana, che ha dato vita, lungo tutti questi anni, a un’iconografia in cui si mescolano raffinatezza compositiva e citazioni colte, prendendo in prestito ogni volta quegli scarti che la nostra società, assetata di continue novità, esclude o ignora. E che nelle sue mani  diventano arte. José D’Apice è nato a San Paolo, in Brasile.
Alla fine degli anni ’70 arriva in Italia grazie a una borsa di studio del governo brasiliano per l’Accademia di Belle Arti di Roma. Nel 1982 diventa cittadino italiano.
E’ nel 2008 che l’artista ha intercettato la Tuscia ed è arrivato sino a Vetralla, dove ha deciso di rimanere.

José D'Apice-Frammenti di un discorso amoroso

Che Italia ha conosciuto negli edonistici anni ’80? E in che modo il Belpaese ha influenzato il suo stile?
L’Italia mi ha molto arricchito come uomo e come artista. La cultura millenaria di questo paese mi ha insegnato a fermare il tempo per meglio poter guardare al futuro.
Il Brasile fu scoperto nell’aprile del 1500, quando l’Italia aveva già dato tanto al mondo. Dico spesso ai miei amici italiani, ma anche ai brasiliani, che qui camminiamo sopra milioni di cadaveri.
La Storia è stratificazione, durata, tradizione. Passato, presente e futuro camminano insieme nel tempo. Si mescolano, si dilatano e si restringono.
Il suolo brasiliano è troppo giovane. La sua gente è troppo giovane. La storia del Brasile è recente. Se vogliamo fare un paragone sarebbe quello di accostare un bambino a fianco di un anziano signore. Sono però entrambi bellissimi e necessari.

Quando ha incontrato per la prima volta la Tuscia e come rappresenterebbe il suo rapporto con questo territorio?
Abbiamo degli amici che possedevano una seconda casa a Vetralla. Ogni tanto io e il mio compagno venivamo a pranzo da loro.
Sapete com’è: campagna collinare, uliveti, cibo genuino, vino locale, sole, mare, quiete.
Roma è la città più bella del mondo. Punto. Abbiamo vissuto 27 anni in via del Gazometro. Ho avuto uno studio per 23 anni all’Eur, in una zona immersa nel verde. Ma tutto questo non bastava al mio lavoro. Ed è lui che comanda la mia vita. Io lo seguo e basta.

Cosa l’ha spinta a scegliere Vetralla come sua fucina creativa?
Ai miei amici vetrallesi dico che amo Vetralla perché è una città cimiteriale. Questo, per me, costituisce il suo pregio maggiore. Lontana dalla movida, dal traffico cittadino, dallo smog, dal rumore infatuato dei modismi. Girando per le sue stradine possiamo guardare una pietra, il tempo che l’ha segnata, il racconto che porta con sé. Una finestra murata, una vecchia porta chiusa per sempre, una pianta stanca, sono tutte storie che ci appartengono ma che nella frenesia della città diventano disturbo immondo. Il mio lavoro richiede disciplina, silenzio, impegno costante.

José D'Apice-I'm not where you are

Non ci sono segni di luce nelle sue opere – solo bianco e nero – può esplicitarne il significato?
Il bianco e nero nel mio lavoro fa parte intrinseca della mia poetica artistica. Non uso il colore perché voglio che chi sosta davanti a una mia opera la guardi riflettendo su di essa e non pensando se funzionerà sopra il divano del salotto. E l’uso della parola scritta, insieme all’immagine disegnata, vuole rafforzare ulteriormente questo concetto.
Viviamo tempi disperatamente distratti. C’è un luccichio intermittente che ci impedisci di vedere bene la realtà. Vedo tanta cecità attorno a me. Il mio lavoro non urla. Sussurra.

Le sue opere sono state inserite in collezioni di prestigio sia in Italia sia all’estero. Ci vuol citare le più significative per lei?
Le mie opere si trovano in alcune delle più prestigiose collezioni private in Europa, Arabia, Brasile, Stati Uniti, Inghilterra, Singapore, New York. Inclusa la Jalane & Richard Davidson Collection di Chicago, Fondazione Malvina Menegaz per le Arti e le Culture, Caran d’Ache Collection, Art Institute di Chicago e altre.

Poi non programmato arriva il dietro le quinte.
Otto anni fa sopraggiungono imprevisti di salute: un intervento al cuore e un ictus, che interessò la parte destra, soprattutto la mano con cui dipinge e scrive. Un cammino passo passo disciplinato nella tenacia e nella disciplina di una riabilitazione, supportato dall’equipe medica e dagli affetti familiari, con Pietro compagno di viaggio. Oggi quella mano ha ripreso a produrre opere.
Una miscela esplosiva, l’ideale per “celebrare” il nuovo corso, in cui Josè D’Apice trova numerose e interessanti fonti d’ispirazione.

Come immagina il suo prossimo futuro? Ha qualche progetto nella Tuscia?
Il mio futuro lo vivo ogni giorno quando apro gli occhi.
Sono grato alla vita che mi ha dato – e mi dà – tanti stimoli. E questo ha creato in me un grande senso di responsabilità e di empatia verso il prossimo.
Noi siamo la sintesi perfetta di due sole parole: unicità e caducità.
Dobbiamo riflettere su queste due parole-guide.E questa è la nostra grandezza.
Comunque a momento mi sto dedicando alla stesura di un libro che racconta la mia esperienza in Italia, dove la Tuscia occupa uno spazio di grande rilievo, non solo geografico ma anche spirituale.

Lo storico dell’arte Francesco Poli la identifica come “un inquietante e problematico esploratore dell’immaginario, che ha dato vita nel tempo a un mondo fantastico”. Si riconosce in questa definizione?

Il prof. Poli seppe cogliere una parte importante della mia ricerca artistica. Con lui abbiamo parlato a lungo della malinconia, della nostalgia, della paura di non farcela.
Viviamo in un’epoca che non sa più distinguere tra il bene e il male. Tra ciò che è giusto e ciò che è ingiusto, tra ciò che è vita e ciò che è morte.

José D'Apice-L'eclisse

 

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