Riflessione sul Purgatorio di Maria Teresa Muratore

di Maria Teresa Muratore

L’altro giorno ero a Messa, a un certo punto il sacerdote dice “Non ci sono intenzioni richieste, qualcuno vuol dire qualche nome da ricordare nella Messa?” si sente qualche voce suggerire il nome di un proprio caro, e poi una che dice “le anime del purgatorio” e il sacerdote dice “Esiste il purgatorio?” col tono che sottintende ma che ancora ci credete?

Come, non esiste? Io sì che ci credo, eccome se ci credo. E come, allora si passa di là e ci sono solo inferno e Paradiso? Bocciati o promossi? Non c’è l’esame di riparazione a settembre? Il recupero?

Oddio che colpo al cuore. Ormai l’ora si avvicina e ogni tanto ci penso con mille dubbi e un po’ di preoccupazione, nel senso che essendo una persona molto distratta, lo sono sempre stata, ho paura che magari non ho capito bene come ci si doveva comportare, quali erano le cose importanti da fare e quali non servivano a niente o comunque a poco… magari mi è scappata qualche regola… mi è sfuggita una raccomandazione, ho frainteso un comandamento, qualche indicazione non l’ho proprio letta…

Quante volte ho sbagliato un orario, un giorno di apertura o di chiusura di un negozio, la scadenza di un concorso, la data di uno spettacolo, il giorno di quel tal particolare mercatino delle pulci in quella città straniera…

Ci contavo sul purgatorio…si poteva riparare. Dicevano che era anche un po’ doloroso, ma poi da lì si passava in Paradiso, quindi se ti ci mandavano era mezza pena, poi sapevi che comunque saresti stato premiato, una chance ce l’avevi. Ma così, è roulette. Ah che strizza!

Mi viene in mente quel racconto che veniva la fine del mondo all’improvviso e tutti si volevano confessare di corsa ma non c’erano confessori, o non abbastanza…ah che disperazione!

Poi la coscienza non è tranquilla, perché lo so che mi sono sempre fatta gli sconti, e chi non se li fa?  Chi non è indulgente con sé stesso?

Ecco, anche fare il raccomandato esame serale di coscienza mi sapeva faticoso, e così recitavo nelle mie preghiere “Perdonami Signore se sono stata cattiva e ti ho offeso” ma non cercavo tanto di analizzare come mi ero comportata, se avevo fatto qualcosa di male. Era troppo complicato, troppo difficile rivivere tutti i momenti della giornata alla ricerca e a allo studio con una nuova attenzione alle mancanze, alla parola detta di troppo, a quella non detta che risultava mancante, meglio la formula forfettaria, meno impegnativa. Tanto, ammettiamolo, se hai fatto qualcosa di male, lo sai, la coscienza non sta zitta, hai come un leggero continuo senso di malessere, come una “tormentina” del dente cariato che si risveglia e ti costringe a cercare dentro di te che cosa la sta generando e allora sei costretto a fermarti e a indagare, e poi lo scopri.

Mi ricordo che una volta, avendo incluso questa frase nelle preghiere della sera, anche in quelle che recitavo con i bambini, mio figlio disse “Ma mamma, io non sono stato cattivo, non ho fatto niente di male oggi!”

Disarmante, schietto, aveva ragione.

Io ero per il “non si sa mai”. Ecco questo “non si sa mai” mi preoccupa un po’.

 

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