È assai difficile che uno scritto di quest’autore lasci indifferenti, non invogli a continuare la lettura sino a sapere come vadano a finire un fatto, una storia o una vicissitudine. Ne è conferma una produzione ormai più che decennale, tra articoli, monografie ed interventi di vario genere, sui più svarianti argomenti storici che vedono, notoriamente, Civitavecchia come punto nodale per uno racconto capace di avere anche interesse internazionale.
Nel caso specifico, il Ciancarini si cimenta nella storia delle donne, di una o più donne, che, in un modo o l’altro, si è intrecciata con quella della Città portuale. L’arco preso in esame va dal Settecento a, praticamente, i giorni nostri; dal crepuscolo dello Stato Pontificio, posto al cospetto delle modernità, al Femminismo. L’autore mette perciò a disposizione stralci di documentazione pazientemente raccolti tra archivi, biblioteche, emeroteche, testimonianze orali, ricordi propri e, circostanza ormai sempre più frequente, risorse digitali. Per la citazione delle fonti, all’annotazione a margine si è qui preferita la diluizione nel testo.
Nella selezione delle storie, non ci sono discriminazioni di carattere sociale, di classe o culturale. Andiamo, appunto, dalla nobildonna alla figlia di nessuno. Alcuni capitoli sono dedicati alla singola biografia (artista, benefattrice, educatrice, levatrice, imprenditrice etc.), altri a categorie di donne (zitelle, prostitute, operaie, visitatrici del Porto, combattenti partigiane etc.). Si nota, a riguardo, che più si abbassa la posizione sociale, più le storie diventano corali e plurali.
C’è poi la trattazione di singoli fatti di cronaca, violenza e femminicidio, che un tempo sgomentarono cittadinanza ed opinione pubblica ma di cui oggi si è perduta pressoché ogni memoria. L’autore qui si è avvalso segnatamente della pubblicazione in digitale de “L’Avanti!”, sempre più ineludibile riferimento per gli studi di Storia contemporanea.
Ciancarini, come è sua consuetudine, restituisce il tutto con l’inserimento di aneddoti, particolari e curiosità, spassosi così come tragici. Ad esempio, cosa ha a che fare con Civitavecchia la vicenda del quattordicenne afroamericano Emmett Till, linciato nel Mississippi il 28 agosto 1956 e di cui una legge contro, appunto, il linciaggio approvata negli Stati Uniti solo l’anno scorso porta il nome? Un capitolo intitolato Violenza ce lo spiega.
Per concludere, la monografia non riguarda propriamente la storia di genere né ha l’ambizione di voler denunciare a ritroso la condizione femminile per cui, tuttavia, appaiono alcune considerazioni: le conclusioni in tal senso spettano alle lettrici e ai lettori. Nel bilancio emerge necessariamente una constatazione: l’emancipazione femminile, da intendersi come affrancamento della donna dalla dimensione domestica di proprietà maschile, nella cultura e nella legislazione, o, tutt’al più, di maternage, avviene di pari passo con il movimento dei lavoratori, nello specifico di quelli del Porto, del carbone e del cemento.
Con qualche prodromo nei sommovimenti risorgimentali, è a partire dagli scioperi e dalle agitazioni operaie nel tramonto dell’Ottocento che le donne si schierano direttamente, prendono iniziativa, alzano e fanno sentire la loro voce. Un retroterra di coscienza, magari in quei frangenti implicita, da cui avrebbe preso il via la lunga ed interminabile strada per l’affermazione e la liberazione delle donne.
Chiude il volume un’appendice fotografica con alcuni scatti e cartoline d’epoca di Civitavecchia a soggetto femminile.
Il libro: Viterbo, Sette città, 2023, pp. 185, € 16.00


























