17 gennaio 1944, primo tragico bombardamento su Viterbo

Viterbo è la città che più di tante altre ha subito le devastazioni della guerra: oltre mille morti accertati, un terzo del patrimonio abitativo distrutto o danneggiato, che le hanno valso una medaglia d’argento al valor civile. Il 17 gennaio 1944 il primo tragico bombardamento ad opera di uno squadrone di “Liberators”. Un’autentica strage che si consuma all’ora di pranzo sull’ ex stazione delle autolinee Garbini, attigua a piazzale Gramsci. Altre volte fino alla vigilia della Liberazione della città, ai primi di giugno dello stesso anno, la morte arriverà dal cielo. A due decenni di distanza, Il Messaggero del 16 gennaio ’64, nell’annunciare la rievocazione in Consiglio Comunale di quella tragica giornata, racconta quel che accadde in una limpida mattinata d’inverno. (L.C.)

Oggi alle 16,30 a palazzo dei Priori si riunirà il Consiglio Comunale. Riteniamo opportuno dedicare all’assemblea più rappresentativa della città questa rievocazione della tragica giornata del 17 gennaio 1944, che vide il primo dei terribili bombardamenti sull’abitato, perché esprima nella forma più solenne l’omaggio dei viterbesi alle vittime nel ventesimo anniversario del loro sacrificio.

Da tempo si parlava con insistenza di misteriosi manifestini gettati dagli anglo-americani con scritti invitanti gli Italiani a tenersi lontani dalle strade e dalle stazioni; tali voci erano diffuse cautamente, perché si potevano destare sospetti, ed a volte accolte con scetticismo. Inoltre, per le popolazioni di quella specie di terra di nessuno che era la parte più meridionale della Repubblica di Salò (Mussolini dopo il 25 luglio non tornò mai a Roma e per quel che risulta, non si avventurò mai più a sud del Po) era impossibile non servirsi delle strade e delle ferrovie per procacciarsi viveri, per sapere notizie di congiunti dispersi, per cercarsi una nuova dimora in sostituzione di quella distrutta. Così il bombardamento giunse quasi inaspettato, dopo le 12 di una giornata limpidissima come quella dell’inizio di questa settimana, quando le zone intorno alle stazioni delle autolinee Garbini (lato est di P. Gramsci), delle FF.SS. e della Roma Nord formicolavano di gente. Da 4-5000 metri di altezza gli osservatori dei grossi aerei da bombardamento americani (“Liberators”) pensarono probabilmente che si trattasse di movimenti di truppe tedesche e fecero lanciare le bombe, convinti di centrare gli obiettivi fissati. La maggiore quantità di esplosivo cadde in un’area relativamente ristretta, tra la chiesa di S. Francesco e la stazione della Roma-Nord (posta allora più vicina alla Teverina): le mura del tempio furono letteralmente sollevate in alto dalla forza dirompente, il garage Garbini e le strade vicine furono sconvolte e trasformate in cumuli di macerie. Le vittime furono numerose per una serie di circostanze sfavorevoli quali l’imminenza della partenza degli autobus e dei treni, una coincidenza di date di particolare movimento tra gli ambienti rurali e il capoluogo (festa di S. Antonio Abate, lunedì). L’identificazione dei morti fu laboriosa perché molti di essi, orrendamente straziati, erano sprovvisti di documenti di identità; inoltre trattandosi di persone residenti nei centri minori della provincia, mancarono per alcuni giorni le segnalazioni dei congiunti perché il bombardamento aveva ulteriormente aggravato la crisi delle comunicazioni. L’attacco rientrava nell’operazione Shingle (“tegola di legno”) con la quale gli alleati volevano isolare prima e poi colpire a morte lo schieramento nazista di Cassino, e fu eseguito da aerei della “Desert Air Force” (Aviazione del Deserto, così chiamata perché prima dislocata nei campi egiziani, libici e tunisini) partiti da Foggia. L’identificazione degli obiettivi fu fatta su una carta al 200.000 ancora non diffusa in Italia e probabilmente procurata agli anglo-americani dai loro servizi di spionaggio o fornita dai comandi italiani dopo l’armistizio dell’otto settembre. La distruzione della storica basilica di S. Francesco rivelata agli anglo americani dalla ricognizione, suscitò notevoli polemiche anche vivaci tra i sostenitori delle necessità puramente belliche e gli ambienti pensosi della opportunità di salvaguardare il patrimonio artistico italiano e anche di non offrire motivi di speculazione alla propaganda nazista. D’altra parte, il tempio è vicinissimo in linea d’aria alla Cassia, alla Ortana (ora statale 204) ed alla Teverina ed a quella ferrovia Orte-Viterbo-Roma, che, nel gennaio 1944, dopo il danneggiamento del ponte di Allerona e di altre opere sulla Firenze-Roma, rappresentava, almeno potenzialmente, una linea di vitale importanza per i collegamenti tra la Germania e le truppe del maresciallo Kesselring. Era quindi naturale che alla vigilia dello sbarco di Anzio, che era l’aspetto principale dell’operazione “Shingle”, coi bombardieri strategici si tentasse di isolare Roma e tutto il fronte di Cassino dall’Italia Settentrionale. Viterbo era in queste circostanze un nodo ferroviario e stradale di estremo interesse. I nazisti subirono perdite insignificanti. La sproporzione tra le due opposte aviazioni in Italia (300 apparecchi tedeschi contro 2.000 anglo-americani al momento dei bombardamenti su Viterbo) aveva abituato la Wehrmacht a muovere i suoi reparti e i suoi rifornimenti solo di notte o col tempo cattivo. Quando i “Liberatori” colpirono la Cassia e le zone adiacenti, dato che c’era un sole splendido, tutte le forze naziste in quel momento tra Acquapendente e Monterosi erano disseminate nei boschi e ripresero la marcia solo dopo il tramonto. Gli scarsi effettivi della “caccia” tedesca di stanza all’aeroporto di Viterbo non ebbero il tempo di alzarsi e di contrastare i “liberatori” che se ne ritornarono senza perdite a Foggia anche perché la notevole altezza a cui operarono li pose al sicuro pure dalla modesta reazione contraerea da terra. Riguardo alla difficoltà di colpire con precisione gli obiettivi strettamente militari, è doveroso ricordare che più di una volta gli aviatori americani operanti in Italia (e spesso di origine italiana) tornarono alle basi senza aver sganciato le loro bombe perché non erano riusciti a identificare con esattezza le zone fissate. Viterbo subì ancora offese aeree il 20 e il 22 (giorno dello sbarco ad Anzio) con impiego di caccia e caccia-bombardieri che agivano a quote notevolmente più basse di quelle dei “liberators”. La popolazione al segnale d’allarme si precipitò nei rifugi e quindi le perdite furono molto minori: moltissimi furono invece i soldati nazisti periti nel rogo dei loro automezzi incendiati in azioni d mitragliamento. A venti anni di distanza abbiamo voluto ricordare quello che fu il principio della fine (la seconda massiccia ondata di bombardamenti fu quella del maggio-giugno del 1944, pochi giorni prima della Liberazione) specialmente per i giovani che a quel tempo o erano in tenera età o non erano ancora nati, perchè apprezzino maggiormente il divino dono della pace e si uniscano ai testimoni di quelle tristissime vicende nel commosso ricordo delle vittime incolpevoli della tragedia della guerra.

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