Affreschi sensazionali e studi di ottica nella Viterbo del tardo duecento

Pietro Boschi

 

Viterbo “Città dei Papi”, e fin qui niente di nuovo. Volendo però mettere meglio a fuoco la Viterbo del secondo Duecento, si scopre che essa non è soltanto, e semplicisticamente, luogo di residenza di alcuni papi (pochi, a dire il vero): soprattutto grazie alla volontà di Urbano IV, amante della filosofia naturale aristotelica, già negli anni Sessanta la città diventa meta ambita da insigni studiosi di mezza Europa. A buon diritto, gli storici hanno dunque voluto parlare di uno “Studium” viterbese proprio per denotare un’attività di ricerca scientifica che, in stretta relazione con le dinamiche di gestione del potere temporale e spirituale della curia pontificia, andava a configurare un vero e proprio centro internazionale di studi. Nell’ambito dello Studium, ad essere indagate furono soprattutto l’ottica e la scienza alchemico-medica.

All’ombra del palazzo papale viterbese proprio di ottica hanno scritto, ed ampiamente trattato, il polacco Erazmus Ciolek Witelo (1230 – 1280) e l’inglese John Peckham (1240 – 1296). Il primo giungeva a Viterbo nel 1268; il secondo veniva chiamato  in città nel 1276. Così le questioni inerenti all’ottica, alla prospettiva e alla teoria della visione venivano a Viterbo meditate e sistematizzate in trattati presto noti alla coeva comunità scientifica.

Ora si tralasci per un attimo lo Studium, e si torni a tempi decisamente più recenti: è il 2012 quando, in tre delle quattro pareti che delimitano un vano sovrastante la nota Sala Gualterio in Palazzo dei Papi, sono rinvenuti dei vasti frammenti di architectura picta a fresco. Tale decorazione – si è subito ipotizzato – andava verosimilmente a integrare episodi narrativi anch’essi eseguiti a fresco, ma forse irrimediabilmente perduti (a tutt’oggi non ve n’è traccia). Quanto resta di visibile basta, tuttavia, a generare stupore. Delle tre pareti dipinte con cornici diverse l’una dall’altra, soprattutto quella di fondo presenta delle modanature prospetticamente assai scorciate: una decorazione in cui la suggestione della tridimensionalità è resa con disinvoltura mediante una serie di lacunari e un mensolone classicheggiante il quale aggetta, illusoriamente, sullo spazio antistante. Supporre la data di esecuzione del ciclo decorativo risulterebbe inoltre piuttosto agevole. Lungo le pareti della sala è infatti reiterato lo stemma araldico di Bonifacio VIII Caetani, papa dal 1295 al 1303. Bonifacio dovette essere a Viterbo in rarissime occasioni; la sua presenza in città è documentata con riferimento a due soli giorni non consecutivi, entrambi risalenti al 1297.  Eccola, allora, l’eccezionalità costituita dai ritrovati affreschi: intorno all’anno 1297 una simile audacia prospettica si era potuta ravvisare in pittura soltanto nei lavori assisiati di Giotto, nella decorazione musiva di Pietro Cavallini in Santa Maria in Trastevere, a Roma, e negli affreschi del misterioso Magister Consolus (artista di probabile formazione romana) nella Chiesa Inferiore del Sacro Speco di Subiaco.  Pertanto si potrebbe pensare –  come di fatto si è sempre pensato – a Roma (Cavallini e il Magister degli affeschi sublacensi) e Firenze (Giotto) quali capitali della nuova pittura. Ma, tra l’uno e l’altro centro, gli affreschi scoperti a Viterbo pongono il capoluogo della Tuscia in una posizione molto interessante, almeno nella misura in cui si volessero ridisegnare le coordinate storico-artistiche e geografiche di un periodo che coincide con l’alba della pittura moderna.

Come mai, a Viterbo, opera un pittore di così alta cultura prospettica quando lo scorciare oggetti nello spazio tridimensionale è prerogativa di pochissimi artisti, per lo più di formazione fiorentina o romana? Anche se risposte al momento non se ne hanno, verrebbe voglia di formulare un’intrigante congettura, questa: porre in relazione con i summenzionati affreschi di fine Duecento la conoscenza dello Studium viterbese e delle indagini sull’ottica svolte da Witelo e Peckham negli anni Settanta. Sarebbe cioè  sensato ipotizzare che ancora durante il pontificato di Bonifacio VIII, e proprio in virtù di quanto a Viterbo si era studiato e teorizzato a partire dagli anni di Urbano IV, la città abbia continuato a manifestare la propria leadership in materia di cultura scientifica anche attraverso un ciclo pittorico per così dire “all’avanguardia” . Ipotesi di ricerca storico-artistica senz’altro suggestiva. E forse praticabile? La parola agli studiosi.

Per saperne di più sugli studi a carattere scientifico condotti nelle corti papali di Roma, Viterbo e Avignone si veda il volume di Luca Salvatelli intitolato “La Scienza a Roma, Viterbo, Avignone. Studi sulla corte papale tra XIII e XIV secolo” (Edizioni ArcheoAres, Viterbo, 2017).

In merito agli affreschi tardoduecenteschi di cui si è trattato, non risultano ancora pubblicati studi scientifici. Un prima relazione riguardante tale argomento è stata esposta dallo storico dell’arte Fulvio Ricci nell’ambito di un’apposita conferenza intitolata “Le più antiche pitture del palazzo papale. Spunti per nuove ricerche” (Sala Alessandro IV di Palazzo dei Papi, Viterbo, 6 luglio 2012).

Pietro Boschi storico e critico d’arte laureato in Conservazione dei Beni Culturali e Ambientali presso l’Università della Tuscia. Svolge attività di consulenza storico-artistica per il Consorzio delle Biblioteche di Viterbo Insegna discipline storico-artistiche all’ABAV – Accademia di Belle Arti Lorenzo da Viterbo

Foto: Particolare del fregio che orna il soffitto della sala Gualtieri a Palazzo Papale

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