Vittoria Colonna, l’intellettuale triste. A Viterbo frequentò il cardinale Pole

Proseguono i racconti delle donne della storia che hanno attraversato pure quella Viterbese.

“Una intellettuale triste”. E’ l’immagine più immediata e spontanea di Vittoria Colonna, donna vivace e geniale senza essere incline alla frivolezza tipica di un mondo che sta uscendo lentamente dal Medioevo per entrare nel Rinascimento. Data e luogo di nascita 1490 – o ’92- a Marino. Muore nel 1547 a Roma. Padre Fabrizio Colonna, madre Agnese di Montefeltro, consorte Ferdinando Francesco d’Avalos, marchesa di Pescara. Precisano, alcune biografie, che fu “poetessa e nobildonna italiana”. In effetti, fu molto di più, tanto che resta difficile, sicuramente riduttivo, liquidarla con una etichetta. La permanenza a Viterbo è passaggio importante per la sua maturazione e crescita. A Viterbo Vittoria è stata per la prima volta nel 1512, non ancora ventenne. Vi si stabilisce dal 1541 fino al novembre del 1543, ospite del monastero di Santa Caterina, proveniente probabilmente da Orvieto dove si era rifugiata dopo la morte dell’amato marito Ferdinando e a seguito del dissidio insanabile tra un di lei fratello e il pontefice. A Viterbo Vittoria frequenta il cardinale Reginald Pole, di dieci anni più giovane e parente di Enrico VIII Tudor, che nella nostra città, presso il palazzo di piazza della Rocca, ha fissato la propria dimora come Legato del Patrimonio di San Pietro. Una amicizia nata probabilmente dalla comune radice del dolore: lei aveva perso tragicamente il consorte, lui prematuramente la madre. Un legame che dà vita a un autentico salotto spirituale, frequentato dalle più belle menti del tempo. Un gruppo di persone, ecclesiastici e laici, che si dedica alla lettura e alla meditazione delle sacre scritture, ma anche allo studio degli scritti di Martin Lutero. Una visitazione a tutto campo, ovviamente vista con inquietudine dalla Chiesa. Secondo alcuni cronisti dell’epoca, Vittoria rischia addirittura di finire sotto processo del Sant’Uffizio, insieme al cardinal Pole. L’imputazione? La più classica e inflazionata del tempo: eresia. A salvarla – si dice – è soltanto la morte, sopraggiunta il 25 febbraio del 1547. La nobildonna lascia al monastero di Santa Caterina trecento scudi da consegnare alle monache del cardinale Pole. Il circolo viterbese va così perdendo in tempi rapidissimi la linfa vitale che lo aveva nutrito, quella sprigionata dal connubio tra la marchesa e Reginald. Nella vita e nelle opere di Vittoria figura anche un personaggio di certo più famoso del porporato inglese: è Michelangelo Buonarroti che con lei intreccia un fittissimo scambio epistolare, a testimonianza di una profonda amicizia. Un sentimento che non andrà oltre per l’omosessualità dell’artista. “Morte mi tolse un grande amico”, scrive il Buonarroti alla scomparsa di lei, descritta come “Un uomo, una donna, anzi un Dio” e la cui immagine riproduce in alcuni dipinti. Della nobildonna restano diverse opere scritte: poemi d’amore dedicati il marito, le “Rime” ispirate allo stile di Francesco Petrarca, oltre ad alcune composizioni religiose. Di Vittoria Colonna, Viterbo ha dimenticato molto, quasi tutto. Purtroppo. Ci sarebbe ancora una iscrizione, riportata dallo storico, Andrea Scriattoli: “Vittoria Colonna/ fra poeti italici del suo secolo prima/ per ingegno dottrina beneficienza/ dovunque chiarissima/ soave modesta/ che/ perduto il consorte/ Ferdinando Francesco d’Avalos marchese di Pescara/ qui tenne lunga dimora/ dall’anno 1512 al 1544/ cultrice esemplare del vedovaggio/ come in giovinezza/ della Cattolica religione/ agitata e commossa/ le suore del monastero/ perché la memoria di tanta virtù/ ai futuri durasse…”. L’iscrizione sarebbe ancora all’interno del convento di Santa Caterina, largo Vittoria Colonna, a un passo da piazza Dante e a un altro passo dall’antico ospedale di San Simone. Due edifici sigillati nella loro fatiscenza. Autentici, emblematici, fulgidi monumenti – si fa per dire – di come la città conservi la propria memoria.

 

COMMENTA SU FACEBOOK

CONDIVIDI