Manifesti di tutti i formati, cartelloni simili ad arazzi, tazebao a doppia e tripla piazza. Infarciti di slogan poco immaginifici o visionari (come va di moda dire), perché il più delle volte ripetitivi e inflazionati. I muri e le mura di Viterbo tappezzati di buoni propositi e rassicuranti gigantografie da art studio. Ovviamente, non c’entra nulla il bonus 110% con tanto di nuovi intonaci e ponteggi, qui si “rifanno” le elezioni comunali. Nella circostanza tra le più rilevanti del dopoguerra perché la squadra municipale che uscirà dalle urne potrà tornare finalmente all’amministrazione ordinaria e perché la città, dopo la mazzata del Covid, è chiamata a darsi un nuovo assetto economico, sociale, perfino estetico. Ancora, un appuntamento storico perché ad indossare la fascia tricolore sarà per la prima volta una donna. Una first lady a palazzo dei Priori, almeno a dar retta ai sondaggi, tutti nettamente orientati al rosa. C’è, come non mai, bisogno di una squadra capace di sollecitare uno scatto di reni, di mettere una determinazione forte nell’individuare obiettivi realistici, perseguibili, strategici e non meramente funzionali ad alimentare estemporanee per quanto facili illusioni. “La politica è l’arte del possibile. Al di là dei limiti del possibile comincia l’avventurismo”, osservava neppure molti anni addietro il premier sovietico, Michail Gorbaciov. A scorrere i punti qualificanti dei vari manifesti elettorali francamente non emerge nulla di innovativo. Ancor meno interessante la vastissima platea di candidati (724…più di uno per mille cittadini…neonati compresi) impegnati a conquistare gli scranni di palazzo dei Priori. Qualcuno di essi si accontenterebbe anche di uno strapuntino. Garantito. Tantissime le new entry, nutrita pure la schiera delle ataviche conoscenze della politica nostrana. A star dietro ai cambi di casacca, alle evoluzioni, alle piroette, ai doppi e tripli salti mortali carpiati, si corre il rischio, nella migliore delle ipotesi, di andare incontro ad acute cefalee, o peggio, a disturbi psicosomatici al sistema gastrico. Vero “solo i morti e gli stupidi non cambiano mai opinione”, scriveva il poeta e critico americano James Russell Lowell, ma quando le conversioni diventano fenomeno di massa be’ forse ad essere sbagliate non sono le idee, ma gli uomini che le portano avanti. Rinascita del centro storico, città termale, sviluppo del turismo: sono soltanto alcune delle priorità, fra le tante, che figurano nella agenda straripante di tutti i candidati. Nessuno escluso. E, purtroppo, sono priorità che si perdono nella notte dei tempi, a palese testimonianza che alle parole non si è dato seguito. Poi il disastro delle strade, la piaga della disoccupazione, l’abbandono delle periferie. In una parola, il crescente degrado. Diciamoci la verità, il centro storico non potrà tornare a respirare e a vivere se non attraverso un restyling totale che gli possa conferire una nuova, autentica identità senza cancellarne il passato. Un centro storico in cui le chicche cittadine, l’artigianato, il commercio, la cultura, il sociale, perfino un più sobrio ordine cromatico concorrano a costruire un marchio Dop della città. Un cuore nuovo, insomma. Favorendo gli ingressi e non le espulsioni. L’armonia dei colori e il rispetto della pulizia, sarebbero già un primo, gratificante biglietto da visita. I cinque sensi da seguire come preziosa stella polare costituirebbero un’ottima ripartenza. Che vuol dire vedere, toccare perfino assaporare una città più accogliente, meno sonoramente tumultuosa, meno inquinata e maleodorante in diverse zone anche le più centrali. E l’imprenditoria? Certo va sostenuta, soprattutto se legata alle eccellenze locali. Intanto sarebbe già rilevante attrezzare la zona industriale del Poggino dove viabilità e servizi rientrano da sempre nell’ambito del volontariato locale. La città termale resterà una suggestione onirica fin quando non verranno ridefinite gestione e distribuzione delle acque e costruito un quadro meno confuso delle competenze e delle responsabilità. La vocazione turistica della città è indiscutibile, il suo patrimonio formidabile per quanto scarsamente valorizzato. Viterbo poggia su un giacimento di tesori non sfruttato. La macchina di Santa Rosa dovrebbe costituire ancora e sempre la gemma più autentica, ma non l’unica, di un prezioso scrigno. Il trasporto del 3 settembre un fiore all’occhiello di Viterbo, non il simbolo esclusivo. Magari i musei meriterebbero di essere accessibili in tutte – dicasi tutte – le feste comandate. Gli aspiranti inquilini di palazzo dei Priori promettono soluzioni gratificanti per tutto e per tutti, in tempi relativamente brevi. Non c’è che da aspettare. A giudicare, come sempre, saranno i fatti. Tra le promesse periodicamente ricorrenti e dunque sempre buone per essere spese, l’aeroporto civile e l’immancabile passaggio a livello ferroviario di piazzale Gramsci. Si tratta di due esempi, ma di scuola, utili a spiegare la coesistenza tra ignoranza e mistificazione. Categorie talvolta strumentalmente sovrapponibili. Chi torna a riproporre uno scalo low cost dovrebbe sapere che la sua realizzazione è subordinata alla costruzione di infrastrutture adeguate, come ferrovie e strade. Che non esistono neppure sulla carta, semplicemente perché Fs e Anas non sono interessate. Dovrebbe altresì sapere che sull’area di Grosseto gravita da sempre una vera “no fly zone” militare che obbligherebbe i jet civili a inevitabili e controproducenti deviazioni. Una sorta di assurdo slalom tra nuvole e aerovie. Dovrebbe infine chiedersi perché Ciampino da anni combatte per far trasferire altrove aerei e bagagli. Scendiamo sulla terra. Di cancellare il passaggio a livello si parla almeno dal primissimo dopoguerra. “Stavolta lo faremo e potremo decongestionare il traffico”, assicura chi evidentemente non sa o finge di non sapere che non si tratta di individuare un accordo soltanto con le Ferrovie, ma pure con almeno una mezza dozzina di soggetti coinvolti, tra enti locali e ministeri: dalla Regione al Comune, dal dicastero dei Trasporti a quello della Difesa, da quello dell’Ambiente a quello dell’Interno. Torniamo alla realtà: alla amministrazione municipale che verrà non si chiedono programmi pindarici, ma semplicemente un progetto di rinascita concreto e condivisibile di cui la città ha assoluta necessità se è vero che uno studio del “Sole24Ore” ci collocava, nel 2021, al 78° posto nella classifica dei maggiori centri italiani. Eravamo al 58° nel 2020. Cioè siamo in piena zona retrocessione. Viterbo non ha bisogno né di cantastorie né di miracoli, ma legittimamente rivendica il diritto di essere bene amministrata. Al di là di interessi di parte, di categoria, di colore politico, vanno abbattuti tutti quegli steccati che nel tempo l’hanno imprigionata in un gattopardesco recinto.
Viterbo, elezioni comunali, sarà la prima volta di un sindaco donna
di Luciano Costantini



























