Via Valle Piatta nel Medioevo, l’arteria più viva e vitale di un “quartiere del piacere”

di Luciano Costantini

Via Valle Piatta a Viterbo è una antica stradina che taglia in due piazza del Sacrario da una parte, e dall’altra l’agglomerato di edifici che si accatasta attorno a palazzo dei Priori. Da via Ascenzi, scendendo, va a confluire nella Valle di Faul. Oggi una via anonima, anche malmessa, che nel Medioevo è invece tra le principali dello stradario viterbese. Non elegante, in compenso frequentatissima per un semplice motivo: vi si affacciano uno dei principali bordelli cittadini e una bisca pubblica dove si pratica anche il gioco d’azzardo. Via Valle Piatta, insomma, è l’arteria più viva e vitale di un “quartiere del piacere” che sorge nel cuore della città dove pure il notaio Maestro Fardo di Ugolino, intorno alla metà del Trecento, ha acquistato un paio di abitazioni per ospitare giovani donzelle, invitate caldamente ad abbandonare il più antico mestiere del mondo. La generosità del messere lo spinge perfino a far costruire, a pochi metri di distanza dall’ospizio, una piccola per quanto singolare chiesetta a forma di cuore dedicandola a Santa Maria della Salute, dove le convertite possano pregare ed espiare i loro peccati. Sforzo generoso per quanto inutile perché ospizio e chiesetta non riusciranno mai a realizzare i sogni di redenzione immaginati da Mastro Fardo. Ma questa è un’altra storia, utile soltanto per collocare logisticamente quella ben più effervescente della attigua casa da gioco, cioè la locale baratteria. Con questo termine nel Medioevo viene indicata una moderna bisca. Anche se con la stessa parola viene contemplato il reato di corruzione di un pubblico ufficiale da parte di un privato. Lo stesso Dante Alighieri è accusato di baratteria (ne parla nella Divina Commedia nei Canti XXI e XXII dell’Inferno) e condannato in contumacia al confino, alla confisca dei beni e al pagamento di una ammenda di 5.000 fiorini. Difficile, praticamente impossibile, intercettare dove la casa da gioco è ubicata, ma certo è attigua al bordello a cinque stelle che Viterbo può vantare. Via Valle Piatta è un via vai, soprattutto in certe ore: piacere attira piacere. E denaro. Le due case, quella da gioco e quella di tolleranza, ovviamente costituiscono fonti di entrate non trascurabili per l’erario comunale. Tanto è vero che la loro gestione viene periodicamente concessa in appalto. Nella circostanza proviamo a raccontare, in sintesi, come si svolgeva la vita all’interno della baratteria, magari riservandoci di trattare in altra occasione l’attività del bordello. Essa è aperta a tutti, “civibus et forensibus ludere libere et impune”. Non si va mica a controllare chi è il cliente e da dove arriva, l’importante è che metta i soldi. Un anonimo del XIII secolo dai Carmina Burana tratteggia le caratteristiche dei giocatori d’azzardo: “Quando siamo in taberna non ci curiamo della morte, ma siamo impazienti di darci al gioco per il quale sempre ci affanniamo, ma di quelli che si attardano nel gioco alcuni restano nudi, alcuni sono rivestiti e altri sono coperti di sacchi, lì nessuno teme la morte ma tutti tentano la sorte in nome di Bacco”. Si gioca soprattutto a dadi e a scacchi, pagando in base al tempo di gioco. Un po’ come avviene oggi nelle sale biliardo. Successivamente viene introdotto in città, siamo intorno al 1380, anche il gioco delle carte, importato a quanto sembra da un saraceno di nome Hail. Ma le carte sono del diavolo, quindi l’uso viene proibito, così come le scommesse, ma evidentemente il profumo dei soldi non è sgradito a biscazzieri e amministratori pubblici che chiudono un occhio, quando non tutti e due. Del resto anche per i latini “pecunia non olet”. Ciò non toglie che un cartello, bene in vista all’ingresso della bisca, precisi quali siano i giochi vietati: la ronfa (il picchetto), la terza (il terziglio). Un bando comunale, datato 9 luglio 1495, entra nei dettagli e stabilisce che “Non sia alchuna persona, che presuma jochare a zara, soso, crucha, ronfa, terza e quarta, bassetta e qualunque altro jocho proibito…a pena d’un ducato doro”. E’ un proibizionismo a giorni alterni, nel senso che dipende dalla tenuta morale e dalla situazione finanziaria dei governatori della città. I cordoni della borsa pubblica si aprono e si chiudono, a fisarmonica, molto spesso con la stessa dinamica delle partite a carte. E poi c’è da far rispettare la quiete cittadina. Ad essa pensano le guardie municipali comminando multe più o meno severe ai frequentatori della bisca che arrivano anche da fuori Viterbo e dunque possono essere potenziali sobillatori di popolo in una città che raramente ha conosciuto lunghi periodi di pace sociale. La severità o la mitezza della polizia si misura sulle stesse cadenze dei fermenti all’interno delle mura. In alcune stagioni possono essere tollerati tutti i giochi di carte e le scommesse più bizzarre, ma in altre può essere vietato perfino il gioco delle piastrelle, un lancio di precisione di pietre piatte: “Nullo faccia alle prete (piastrelle, appunto), alla pena di 22 ducati d’oro, et sia frustato per tutto Viterbo”.

COMMENTA SU FACEBOOK

CONDIVIDI